Mediglia, richiesta di archiviazione per i 77 morti di Covid nella casa di riposo: “Non c’è stata omissione dei dirigenti”

Rsa e Covid – 19. Come sappiamo, nelle case di riposo, dal Pio Albergo Trivulzio a Milano alla provincia di Bergamo, il contagio nel marzo, aprile, maggio 2020 è stato notevole e ha portato a una strage di pazienti e ricoverati, anziani e fragili. I parenti invocano giustizia da tempo e ieri, da Lodi, arriva una notizia destinata a far discutere: è stata notificata proprio ai parenti delle persone offese la richiesta di archiviazione dell’inchiesta.

Era stata avviata con le ipotesi di reato di omicidio colposo e epidemia colposa. Le prime mosse erano basate sull’esposto presentato dai parenti di 77 anziani ricoverati nella Residenza assistita Borromea di Mediglia. Ma, come spiega il procuratore capo di Lodi Domenico Chiaro, «Nelle nostre indagini abbiamo svolto anche un confronto con altre Rsa, che avevano adottato misure più restrittive e siamo arrivati alla conclusione che non c’è ragionevole certezza che siano state le condotte commissive o omissive» dei vertici delle Rsa a «cagionare l’evento, la morte di 77 pazienti ospiti della struttura».

Cioè, escluso l’omicidio e il contagio volontario, com’è ovvio, restava da stabilire se ci fosse un nesso causa-effetto tra i comportamenti eventualmente sbagliati, alla carlona, distratti, incompetenti delle strutture e gli anziani che, entrati nei reparti per curarsi o per essere assistiti, sono stati falciati dalla pandemia. Ora, stando a Chiaro, che è il primo magistrato del Nord a esprimersi su questi temi, e ha in mano per così dire un caso-pilota, «sicuramente non c’è stata attenzione per tutta una serie di presupposti, anche facendo il confronto con altre strutture come quella di Somaglia, nel Lodigiano, e di Dresano, nel Milanese, che sono stati assunti come modello. E, sotto questo profilo sicuramente c’è stata una gestione che può essere oggetto di critica».

Come si ricorderà, ai tempi c’era stata anche una mail firmata dai sindaci della “area omogenea Sud est Milano” e inviata sia ai dirigenti della residenza sia all’assessorato alla Salute della Regione, allora in mano a Giulio Gallera. Si segnalava che già il 23 febbraio, due giorni dopo il ricovero di Mattia Maestri, il “paziente 1” di Codogno, erano stati «segnalati i primi casi sintomatici a Covid-19», ma né i primi cittadini, né le famiglie, né i fornitori erano state avvisati. La struttura era stata isolata, almeno stando alla versione dell’amministratore delegato Gianfranco Bordonaro. Lo stesso dramma avveniva in numerose strutture lombarde, a Milano fece scalpore la foto delle bare accatastate nella cappella della Baggina e l’impossibilità di avere notizie certe e attendibili dai responsabili amministrativi e politici.

Tornando all’inchiesta lodigiana, Chiaro spiega il suo punto di vista: «All’archiviazione notificata per le morti di covid-19 nell’Rsa di Mediglia ci aspettiamo che venga presentata opposizione. Ma non è sufficiente, sotto il profilo del reato colposo, che vi sia un comportamento rischioso perché ci deve esser la certezza che questo comportamento sia, poi, da mettersi in ragione di causa con lo sviluppo della pandemia». Adesso la parola spetta al gip e, ovviamente, agli avvocati di parte civile. E molti guardano al caso-Lodi. Parti civili, avvocati e magistrati: il tema è infatti generale e serve capire se i comportamenti sbagliati vanno sanzionati nel penale, o se ci saranno risarcimenti danni.

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