Remuzzi: «Salgono i contagi? Contano i ricoveri, in Lombardia il virus circola meno»

Per spiegare perché oggi in Lombardia il ritmo dell’epidemia è più contenuto che in molte altre regioni d’Italia bisogna inevitabilmente tornare a quanto successo qualche mese fa nella maledetta primavera che ha ribaltato gran parte del Nord Italia. «Dove è circolato tanto in passato a me sembra che il virus circoli molto meno e con effetti diversi. C’è una buona dose di immunità diffusa, anche se non possiamo assolutamente considerarla di gregge», spiega Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.

Ci spieghi meglio?
«Esistono due tipi di immunità diverse che però si possono sommare. Una è quella da anticorpi, di chi ha già contratto la malattia. La media in Lombardia è intorno al 7%, ma nelle zone più colpite tra la Bergamasca e il Lodigiano è di molto superiore».

Troppo poco per immunizzare un territorio…
«No, perché poi c’è un’altra forma di immunità, altrettanto importante fornita dalle cellule T che sono fornite dalla memoria».

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Una sorta di immunità pregressa?
«Una parte della popolazione potrebbe già essere stata esposta in passato a qualcosa di simile al Covid e il nostro sistema immunitario potrebbe conservarne memoria. Una formidabile macchina per i ricordi, sa riconoscere tutto quello che ha visto. Ad ogni nuovo incontro la memoria si rafforza e si espande grazie alle memory T cells che viaggiano instancabilmente nel nostro torrente circolatorio».

Ci faccia un esempio?
«Un caso interessante è quello dei bambini. Loro hanno più virus nel naso e in gola degli adulti, ma raramente si ammalano e non si è ancora capito se possono contagiare. Potrebbero avere cellule della memoria anche delle vaccinazioni recenti».

A Bergamo recentemente avete fatto degli studi…
«Qui possiamo considerare si sia raggiunta una soglia di immunità umorale che si avvicina molto al 60% della tanto discussa immunità di comunità. Anche per le altre zone però si potrebbe aver raggiunto un’immunità maggiore: molti individui presentano una risposta cellulomediata anche in assenza di anticorpi specifici».

Qualcuno pensa che al Nord la gente che ha visto negli occhi la paura sia più prudente nei comportamenti…
«C’è una differenza nei numeri che non può essere spiegata solo dall’elemento psicologico. Però è chiaro che l’attenzione e il rispetto dei comportamenti individuali in questa fase è decisiva. È il motivo per cui in Francia non sono riusciti a contenere i numeri».

Non la spaventano i 2.844 positivi di ieri?
«Credo che non si debba ragionare sui casi di giornata. Molto spesso dipendono dall’aumento di tamponi che si fanno. Più cerchi, più trovi casi, dato che il virus comunque circola in una società tornata aperta. Dobbiamo tenere gli occhi spalancati sull’andamento dei ricoveri».

Ma le terapie intensive aumentano…
«Il 3 aprile in Lombardia c’erano 1.444 persone intubate. Oggi sono 42, e molti sono ricoverati da tempo. Nella fase più critica, da noi moriva il 50% delle persone in terapia intensiva, oggi il 5%».

Vengono curati meglio?
«Usavamo già cortisone, eparina, in alcuni casi Remdesivir. È cambiato il contesto. Se tu hai 80 persone che non respirano da gestire fai fatica a stargli dietro. Oggi invece riusciamo a prevenire, a curare subito. Quello che in primavera non era possibile perché il virus girava da mesi».

Il 94 per cento dei malati oggi è asintomatico…
«E qui che si decide gran parte di questa partita. Perché gli asintomatici non sono tutti uguali. Ci sono quelli che trasmettono la malattia, ma anche quelli che non sono contagiosi. O quelli che hanno bassa carica virale».

La spaventa la crescita del contagio al Centrosud?
«L’evoluzione è meno favorevole, ma il sistema sanitario si dimostrerà pronto. Chi ha avuto più circolazione del virus ora è più protetto: si tratta di avere pazienza e mi auguro che sia così fra un paio di mesi anche nel resto d’Italia».

4 ottobre 2020 (modifica il 4 ottobre 2020 | 09:51)

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