Lo scontro con Berlino frena il sesto pacchetto di sanzioni contro Putin

BRUXELLES – Stavolta è tutta colpa della Germania. Perché? Perché l’accordo sull’embargo al petrolio russo e quindi al sesto pacchetto di sanzioni contro Putin, è saltato a causa di Berlino. Il motivo: l’oleodotto Druzhba. Questo lunghissimo “tubo” che porta il greggio del Cremlino in Europa.

La richiesta di non bloccare quella linea era arrivata nei giorni scorsi dall’Ungheria. In caso contrario, aveva avvertito Orbán, le sanzioni saltano. I magiari dipendono per il 65 per cento da questa infrastruttura. La difficile mediazione, proposta dalla Commissione e quindi dalla tedesca Ursula Von der Leyen, si basa sul bloccare tutto il petrolio russo esportato via nave o autobotti (il 90 per cento del totale) ma non quello degli oleodotti. Peccato che il “Druzhba” arrivi anche in Germania. E quindi i tedeschi potrebbero avvantaggiarsi della deroga ungherese.

Una prospettiva che ha indispettito molti dei partner. Sicuramente la Francia, la Spagna e anche l’Italia. “Intollerabile” è stato il giudizio durante le ultime riunioni degli “sherpa” che la Germania possa godere di un tale vantaggio competitivo. Il governo di Roma, che ha strappato una vera e propria vittoria inserendo il tetto al prezzo dell’energia nel documento finale del vertice, in realtà non si è esposto contro Berlino. Ma nemmeno ha difeso la possibilità che la Germania possa essere esentata dall’importazione del petrolio. Anche per il nostro Paese la competizione tra le aziende manifatturiere diventerebbe complicatissima.

Ma c’è di più. Il nervosismo nei confronti dell’esecutivo di Scholz è aumentato quando sul tavolo della discussione è emersa una “variante” alla bozza di accordo. Il “Druzhba”, che in russo significa amicizia, si compone di due principali sottoderivazioni. In sostanza ad un certo punto si biforca: un tubo va verso la Polonia e la Germania. Un altro si dirige verso Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Croazia. L’ipotesi, insomma, era quella di chiudere solo uno dei due rubinetti: quello della variante “meridionale”. Ma dinanzi a questa soluzione Germania e Polonia, i benieficiari della variante “settentrionale”, si sono impuntati. Il dubbio sollevato riguardava soprattutto il fatto che si sarebbe trattato di un provvedimento costruito su misura per un Paese senza alcuna impostazione generale e senza un criterio oggettivo. Un precedente non esaltante per l’Unione europea. Risultato: accordo saltato.

Ma far saltare il sesto pacchetto di sanzioni non è cosa da poco. In gioco c’è soprattutto la credibilità dell’Unione europea e del fronte occidentale. E la faccia della presidenza di turno francese che ha voluto con forza il vertice straordinario che prende il via oggi pomeriggio. Senza il blocco all'”oro nero” russo, infatti, questo summit si presenterà scarico nelle sue conclusioni se non addirittura inutile. Nei giorni scorsi più di un Rappresentante di Stati membri allargavano le braccia e si chiedevano: “Ma perché facciamno questo Consiglio europeo? A cosa serve?”.

Ed è per questo che il presidente francese Macron e il presidente del consiglio europeo, il belga Charles Michel, stanno tentando l’ultima carta. Stamattina vogliono riprovarci. Con gli ambasciatori dei 27. E la strada che porta alla mediazione possibile scorre ancora lungo l’oleodotto “Druzhba”. Ossia l’unico modo per evitare il veto di Orbán e stringere un patto collettivo è intervenire sull’oleodotto e sulle due derivazioni.

Se una soluzione non si troverà, l’Ue accetterà di fare una figuraccia. Si sottomette così al pericolo di mostrarsi definitivamente spaccata e indecisa dinanzi alla Russia. Basti pensare che nelle due “exit strategy” allo studio in caso di mancato accordo, c’è anche l’idea di non parlarne più almeno per il prossimo mese. Sarebbe un rinvio “sine die” che di fatto metterebbe in soffitta qualsiasi arma commerciale contro il Cremlino. Ma anche l’altra opzione non è esente da potenziali danni. Macron, ad esempio, è pronto a portare l’argomento già oggi nella discussione del Consiglio europeo. I leader sarebbero chiamati a confrontarsi su questo punto. Ma inquesto modo sarebbero costretti anche a esporre le debolezze di ciascuno. E se alla fine – magari dopo due giorni e due notti passate a litigare – non si arrivasse ad una soluzione, l’impatto sull’Unione sarebbe ancora più devastante. Ventisette Paesi costretti alla paralisi, incapaci di assumere qualsiasi decisione. Per Putin si tratterebbe di una vittoria di immagine e di comunicazione davvero consistente, almeno da quando è partito l’attacco all’Ucraina. Per l’Ue sarebbe una débâcle. Per il presidente francese non sarebbe il miglior modo per iniziare il suo secondo mandato presidenziale. E non sarebbe una premessa positiva per il fornte occidentale in vista del vertice di fine giugno a Madrid.

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