Delitto Andrea La Rosa: la «pillola per l’intelligenza», la mamma complice e i bidoni di acido, tutti i segreti di Raffaele Rullo

di Cesare Giuzzi

La Cassazione ha confermato l’ergastolo per madre e figlio. I presentimenti del calciatore vittima dell’amico, l’ultimo messaggio alla ex, poi la droga e l’orrore nella cantina. La coppia diabolica aveva anche tentato di uccidere la moglie di lui

Le 2.02 di notte. Raffaele Rullo è davanti al computer negli uffici della multinazionale di intermediazione creditizia dove lavora al Giambellino. Fa un caldo che lascia senza fiato, ma il cielo tra sabato 8 e domenica 9 luglio 2017 è grigio e gonfio di pioggia. Mentre l’acqua ticchetta sui vetri, le dita battono sulla tastiera. Google, stringa di ricerca: «Nzt, pillola dell’intelligenza». Raffaele l’ha vista nel film «Limitless», con Bradley Cooper e Robert De Niro. Una potentissima droga che aumenta la potenza del proprio cervello. Che trasforma in uomini astuti e invincibili, capaci di diventare milionari. Raffaele clicca sulla pagina Internet che reclamizza la pillola d’oro. Ma la pillola miracolosa, in realtà, non esiste: «Raffaele cerca di trovare il modo per poter diventare come il personaggio del film, sempre alla ricerca di soldi. Questo suo aspetto, sottolineato anche dalla stessa moglie (“una macchina da soldi”), sarà quello che lo porterà alla rovina». Un figlio killer ma anche una madre assassina. Una coppia legata da un rapporto viscerale, simbiotico. Lui, la macchina da soldi, che campa truffando le assicurazioni simulando furti d’auto e lei pronta a tutto pur di difenderlo. Arrivando perfino ad assumersi, lei sola, la colpa del delitto.

Il movente: 30 mila euro

Raffaele Rullo, 40 anni, e la madre Antonietta Biancaniello, 63, sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo il 30 aprile 2022 dalla corte di Cassazione. Tutti i magistrati che li hanno giudicati nei tre gradi hanno emesso lo stesso verdetto. Colpevoli e destinati al massimo della pena per aver ucciso il direttore sportivo del Brugherio calcio Andrea La Rosa, 35 anni, e per aver tentato di uccidere la moglie (e nuora) Valentina A. simulandone il suicidio. Identico il movente, quasi identico anche il metodo utilizzato per uccidere: La Rosa attirato in una trappola, stordito con ansiolitici e chiuso in un bidone riempito di acido cloridrico; imbottita di insulina, frastornata con le benzodiazepine e poi il taglio delle vene con un bisturi, fino a recidere i tendini dei polsi, la moglie. Si è salvata soltanto perché già la credevano morta. Il piano di madre e figlio era di mettere le mani su un premio assicurativo da 150 mila euro, assicurazione sottoscritta da Rullo per conto della moglie solo poco prima di inscenarne il suicidio. La Rosa, invece, è stato ammazzato per 30 mila euro. Soldi che Rullo si era fatto consegnare a più riprese negli ultimi mesi paventandogli facili affari e mai restituiti. Anzi, la sera in cui La Rosa è stato ucciso — tra il 14 e il 15 novembre 2017 — doveva portargli altri 8 mila euro. Li aveva in contanti, nascosti tra due paia di calzini. Allo stesso modo in cui i calciatori indossano i parastinchi. E li aveva fatti vedere agli amici, prima di essere ammazzato, nello spogliatoio del Brugherio.

L’ultima serata in spogliatoio

Le 20.18 del 14 novembre 2017. La vittima arriva al campo del Brugherio per l’allenamento della squadra. Andrea La Rosa è negli spogliatoi. Scherza con un calciatore, il capitano, che mentre si sta cambiando gli mostra la maglia stropicciata: «Guarda come sono conciato». «Guarda come sono conciato io», gli risponde. Poi solleva un gambale dei pantaloni e sfila una mazzetta da sotto al calzino. Una banconota da 500, le altre da 100 e da 50, un mucchio di soldi. La Rosa dice che quella sera deve «fare un’operazione». Sono gli stessi soldi che un paio di ore prima aveva mostrato alla ex fidanzata Estella B., con la quale ha un rapporto tormentato, mentre in macchina la riaccompagna a casa dal lavoro. Durante il viaggio, però, le dice che ha paura. Che dovrà incontrare Rullo, che proprio Estella gli aveva presentato mesi prima, al Mc Donald’s di viale Certosa ma non è tranquillo. Dice che chiederà a uno degli allenatori del Brugherio di accompagnarlo. Un allenatore che di mestiere fa il poliziotto a Milano. Alla fine, però, La Rosa va da solo verso la morte anche se ancora non lo sa. Il suo destino è già deciso. Ma ha come un presentimento lo dice mentre durante il tragitto parla ininterrottamente al telefono con il calciatore dello spogliatoio, quello che ha visto le mazzette nascoste nelle calze. Parlano dei problemi della squadra, del rapporto con il mister, poi La Rosa lo interrompe: «Sono in viale Certosa, se mi rapiscono sai dove sono. Per quell’operazione che ti ho detto, poi ti spiego».

Il messaggio alla ex fidanzata

È strano davvero Andrea La Rosa. Quella sera fa qualcosa che non aveva mai fatto prima. E forse davvero ha le sensazione che da quell’appuntamento non tornerà indietro. Alle 20.46 nella chat Whatsapp con cui si sta accordando per l’incontro Rullo gli scrive: «Punto di riferimento viale Certosa, McDonald’s. Poi da lì mi segui, ok? Forse ti faccio conoscere mia mamma». Il messaggio si chiude con sei emoticon di faccine che sorridono. Alle 21.14 La Rosa risponde: «Parto fra poco». Quando arriva al Mc Donald’s e Rullo gli dice di seguirlo a casa («Ti presento mia madre»), lui scrive subito un messaggio a Estella: «Lo sto seguendo». Poi manda via Whatsapp una fotografia: si vedono i fari della macchina di Rullo e il cruscotto dell’Audi della vittima. Sono le 22.09. Un minuto dopo attraverso l’applicazione gli invia la mappa con l’esatta geolocalizzazione: via Cogne, Milano. È l’ultimo segnale della sua esistenza in vita. Alle 22.42 il suo cellulare perde la connessione dati, come confermerà ascoltato in aula durante il processo il maresciallo maggiore Giulio Buttarelli. Si riattiva solo all’1.34, per pochi secondi. A quell’ora però La Rosa è già morto. Il cellulare è nelle mani del suo assassino. All’1.35, infatti, la fidanzata Estella riceve tre messaggi in sequenza: «Azz». «Ho sonno». «Dopo chiamami». Chi li scrive è Rullo. «Innanzitutto la terminologia usata “azz” non è mai stata scritta da Andrea — metterà a verbale la ragazza davanti ai carabinieri —. E poi non eravamo soliti sentirci telefonicamente la sera ma solo su messaggi. Quindi escludo che quel “dopo chiamami” sia stato scritto da Andrea». Lo conferma anche in aula mentre risponde alle domande del pm Maura Ripamonti e dell’aggiunto Eugenio Fusco.

L’orrore nella cantina

Andrea La Rosa viene attirato in un trappola e ucciso. Secondo i giudici Rullo e la madre Antonietta Biancaniello lo «drogano» con una potentissima dose di psicofarmaci (forse somministrata in un caffè, o altra bevanda). I carabinieri del Nucleo investigativo di via Moscova, guidati dal colonnello Michele Miulli e dal tenente colonnello Cataldo Pantaleo, ricostruiscono che il 2 novembre Rullo acquista il Minias e il Sonirem grazie a una ricetta falsificata, intestata al padre morto da anni. Le boccette vengono poi sequestrare in un borsello che Rullo ha nascosto in casa con all’interno i documenti e le chiavi dell’auto della vittima. La sorella (e figlia) degli assassini racconterà poi alla moglie di Rullo di aver visto la vittima in auto, immobile, al ritorno dal lavoro, al piano dei box di via Cogne. Dai garage Andrea La Rosa sarà poi portato in una cantina, la numero 29, che era intestata a un altro condomino ma in uso da anni alla Biancaniello. Qui i carabinieri trovano tracce di nastro adesivo sulle pareti, usato per sostenere teli di cellophane.

Quando viene effettuato l’esame con il Bluestar forensic magnum, il Luminol, il pavimento della cantina si illumina di blu. La vittima viene spinta in un vecchio fusto da 200 litri di olio, che Rullo acquista nei primi giorni di novembre in una ferramenta di Seveso insieme a dieci litri di acido cloridrico. Per fare entrare il corpo taglia il coperchio che infatti verrà trovato riposizionato con del nastro adesivo americano (comprato il 13 novembre al Leroy Merlin di Nova Milanese). Sul corpo vengono trovate diverse ferite da taglio, ma sono tentativi di depezzamento post mortem. Secondo il medico legale Cristina Cattaneo «la sua morte sopraggiunge mediante un effetto combinato di confinamento e inalazione di acido all’interno del bidone». La vittima era ancora viva quando viene chiusa lì dentro. I vapori dell’acido gli bruciano i polmoni e gli corrodono la carne. Una morte orribile. Poi, come conferma in aula il maresciallo Pasquale Afeltra, madre e figlio fanno sparire la sua Audi lasciandola da uno sfasciacarrozze di Sesto San Giovanni. Qui, dopo l’arresto dei due, saranno recuperati alcuni pezzi della macchina. Il meccanico anziché distruggere la vettura decide di smembrarla: «Ho constato il buono stato dell’autovettura, almeno della carrozzeria, e ho deciso di smontarla per rivenderne i pezzi e guadagnare qualcosa».

Il bidone in auto e la pausa dal tabaccaio

13 dicembre 2017. Via Colleoni, Seveso. Casa di Raffaele Rullo. I carabinieri sospettano da subito di madre e figlio. L’inchiesta della procura di Milano procede già per omicidio, i due principali sospettati vengono intercettati al telefono e in macchina. Alle 21.09 la madre si presenta a casa del figlio e i due si mettono a discutere in strada intorno al bagagliaio della macchina. Parlano di un grosso oggetto che hanno portato nel magazzino dell’officina di Sante C. in via Litta Modignani a Milano. I carabinieri sono già stati da lui e il meccanico ha mangiato la foglia, per giorni chiede alla Biancaniello di portare via quel bidone. Madre e figlio discutono: «Eh qua, la punta… i sedili, abbassi i sedili… quello lo appoggi qua, ti rimane così, qua ci sta dritto dritto, hai capito? Ti sto dicendo nell’ipotesi peggiore, mi segui? Nell’ipotesi peggiore», dice Rullo. «Se no, lo devo caricare in macchina e poi lo copro», risponde la madre. Dicono di doverlo tenere «con la punta alzata» per evitare la fuoriuscita del liquido. Da via Litta Modignani poi il carico dovrà essere portato a Seveso in un garage affittato da Rullo dove ci sono altri 24 flaconi di acido, con i quali dovranno far sparire i resti del corpo. I carabinieri non hanno la certezza che in quel bidone ci sia il corpo di Rullo, ma l’intuizione è giusta. Il giorno dopo, tra le 11 e mezzogiorno, inizia il pedinamento. Le autocivetta dei carabinieri della Omicidi agganciano la Lancia Y blu della Biancaniello all’uscita da via Litta Modignani. L’auto punta verso la Milano-Meda ma succede qualcosa di incredibile. Nel retro dell’auto si vede un grosso carico coperto da un cartone ma a un certo punto la donna accosta, lascia l’auto in doppia fila ed entra da un tabaccaio. Quando riparte i marescialli della Omicidi temono di aver preso un abbaglio: chi mai si fermerebbe a comprare le sigarette mentre trasporta un cadavere? Decidono così di simulare un controllo casuale sulla superstrada. Più avanti chiamano una pattuglia in divisa e fanno fermare la Lancia. Sotto al cartone c’è un bidone blu marchiato Ip. Il coperchio è attaccato con dello scotch americano. Lo aprono e una nuvola di vapori corrosivi li investe. Dentro si vede la schiena di un uomo, le braccia piegate in avanti sulle gambe, la testa sul fondo. Il corpo di Andrea La Rosa.

Valentina e il suicidio «inscenato» da marito e suocera

Indagando sulla «coppia» Rullo-Biancaniello gli investigatori scoprono che un mese e mezzo prima, il 5 ottobre 2017, la moglie Valentina A. ha tentato il suicidio tagliandosi le vene. Ma è un suicidio strano perché nei colloqui con i medici e con gli psichiatri dell’ospedale di Monza dove era stata ricoverata lei ha sempre detto di non ricordare niente di questo episodio. E anche secondo i medici la sua personalità è quanto di più distante da un gesto autolesivo. A quei tempi ha 35 anni, due figli e lavora come infermiera in una clinica privata milanese. Le cose con il marito non vanno bene. Entrambi hanno relazioni extraconiugali. Rullo con Darla, una donna brasiliana, ma intrattiene anche altre relazioni occasionali. Lei invece frequenta un medico della clinica, il marito lo sa e il loro matrimonio è in crisi. Vivono a Seveso in un appartamento di due piani. Alle 13.41 di quel 5 ottobre è Antonietta Biancaniello a trovare la nuora con i polsi tagliati e a chiamare il 118. Parla come se Valentina sia già morta. Arrivano i carabinieri e fotografano la casa piena di sangue. Pochi minuti dopo torna a casa anche il marito. Racconta che la moglie stava male già la sera prima, che la mattina non si reggeva in piedi. Realizza anche un video che finisce agli atti del processo in cui si vede il marito che la accompagna a letto. Non si regge in piedi, nello sdraiarsi sul materasso la donna picchia anche la testa. Quella mattina però Rullo fa un sacco di cose strane: chiama la suocera che di solito va a casa a prendersi cura dei nipoti e le dice di non andare. Racconta che quel giorno ci sarà la madre Antonietta. Poi va a cercare una vicina per dirle che la moglie è a casa e non sta bene mentre lui è uscito per andare al lavoro. La Biancaniello, interrogata, dice di essere arrivata nella casa di Seveso ma di essere subito uscita di nuovo perché la nuora le ha chiesto di comprare la pillola anticoncezionale. Al suo ritorno l’ha poi trovata in un bagno di sangue in camera. La dottoressa del 118 che soccorre Valentina nota un bisturi, usato per tagliare le vene e una boccetta di benzodiazepine sul comodino. I tagli ai polsi però sono fatti in maniera anomala, non certo come li farebbe un’infermiera. Sono così profondi da recidere i tendini. Durante il trasporto in ospedale ha un’intuizione decisiva: si accorge che il livello glicemico nel sangue è bassissimo. La dà diverse dosi di glucosio ma il livello non sale. Valentina, quindi, si sarebbe iniettata anche una massiccia dose di insulina. Il farmaco è in casa perché il figlio è diabetico grave, ma non si trova la siringa usata.

L’assicurazione sulla vita da 150 mila euro

Le indagini però non danno peso alle molte anomalie. La più grande di tutte riguarda il triplice modo usato per farla finita: una forte dose di ansiolitici, l’insulina, il taglio delle vene, in rapida successione. Quando i carabinieri di Milano riavvolgono il nastro e risentono i testimoni il quadro diventa via via più nitido: l’alibi di Rullo è così «artificiale» da apparire costruito a tavolino, quello della madre viene smentito dalle celle telefoniche. Per i magistrati è stata lei, su mandato del figlio, a tagliare le vene alla nuora. Ma perché? Il movente è sempre lo stesso: i soldi. I carabinieri scoprono che poco prima Rullo ha fatto sottoscrivere un’assicurazione sulla vita alla moglie attraverso una consulente con la quale, peraltro, ha avuto una relazione. Ma l’assicurazione richiedeva un tempo minimo prima di rendere effettiva la copertura. E quel tempo non è ancora trascorso. Possibile che Rullo abbia commesso un errore così banale? No, per niente. Quando viene chiamata in caserma la moglie nega categoricamente che Rullo possa aver tentato di ucciderla. Anzi, nei messaggi è lui a dipingere l’immagine del marito premuroso di fronte a una donna stressata e in crisi esistenziale. Nei mesi precedenti, anche quando la coppia va da un terapista, lui racconta a tutti che la moglie sta attraversando un brutto esaurimento e assume psicofarmaci. Poi gli investigatori della Omicidi scoprono che esiste un’altra assicurazione che copre anche il caso di suicidio, e che risulta attiva dal 1° ottobre, quattro giorni prima di quello strano episodio. L’ha attivata Rullo, attraverso l’account della moglie. Il premio in caso di morte vale 150 mila euro. La pistola fumante.

Raffaele Rullo, le bugie e le ricerche su Google

Raffaele Rullo è un «bugiardo patologico». La sua prima testimonianza davanti ai carabinieri, quando ancora non è neppure sospettato per la scomparsa di La Rosa, è un compendio di menzogne e verosimile. Inquina la verità cercando di mettere tutti contro tutti. Racconta ad esempio che quella sera doveva vedere la vittima non per soldi ma per parlare di Estella, dei suoi tradimenti. Dice che ha lasciato La Rosa in via Cogne e che lui era sconvolto. Che ha rotto il cellulare e voleva farla finita: «Eravamo in macchina mi fa… “soluzione o vado là e gli do una coltellata o me ne vado io e faccio, e faccio una pazzia”. E quando era lì che borbottava, non mi guardava neanche in faccia, “adesso arrivo a Torino e vediamo”». Per i magistrati Rullo è un manipolatore, ma anche un lucido assassino che ha premeditato i suoi crimini nel dettaglio. Il 20 settembre 2017, sempre attraverso Google cerca le parole «sonnifero senza sapore», «sonnifero senza alcol» e «sonnifero inodore insapore». Il 7 novembre, una settimana prima di uccidere Rullo, mentre è in ufficio ricerca «acido», «bidone», «teli protettivi», «seghe elettriche» e visualizza le caratteristiche dei materiali da acquistare. Compra anche una sega ma poi la fa riportare al grande magazzino dalla madre perché non è adatta al suo scopo. Infine nei giorni successivi su Internet ricerca «calcolare il volume di una persona» e «studia» il principio di Archimede, l’elemento decisivo per capire la dimensione del bidone dove nascondere il cadavere. Era «sempre in cerca di un modo per fare soldi», racconterà la moglie in aula. Difeso dall’avvocato Ermanno Gorpia, né davanti agli investigatori, né in Corte d’Assise, Rullo, l’uomo della pillola dell’intelligenza, confesserà mai di aver partecipato al delitto. Anzi, nelle sue numerose chiacchiere, fa di tutto per scaricare la colpa sulla madre.

La madre che si assume tutte le colpe

Antonietta Biancaniello invece confessa. Ammette di aver ucciso La Rosa e dice di averlo fatto da sola. Dice che la vittima, quando lei quella sera è scesa in strada con il cane, l’ha avvicinata e minacciata: «So dove abiti». E lei, come la madre di una tragedia greca, l’ha ucciso per difendere la sua famiglia. L’ha invitato con una scusa a scendere in cantina, l’ha ucciso «sgozzandolo» e buttato da sola nel bidone soffocandolo «con un sacchetto dell’Esselunga sulla testa». Poi ha cercato di sbarazzarsene. Ma si dimentica di parlare delle benzodiazepine. Il figlio, nei suoi colloqui in carcere con la moglie e la sorella, prova a farle correggere il tiro, dice in sostanza che la madre dovrà essere più precisa per essere davvero convincente. In aula, durante il processo di primo grado davanti alla corte presieduta dal giudice Ilio Mannucci Pacini, Antonietta Biancaniello decide di rilasciare dichiarazioni spontanee. Assistita dal legale Stefano Previtali, racconta la sua vita sfortunata di donna salita a Milano dalla provincia di Avellino, che ha perso il marito ma non ha mai fatto mancare niente ai figli, delle giornate a spaccarsi la schiena facendo le pulizie, e di essere stata «capace di tutto, anche di uccidere, per difendere i suoi figli». Donna Antonietta è colpevole, è un’assassina, «ma Raffaele non c’entra niente». Parla e piange inventando bugie, recita come se fosse su un palcoscenico in una confessione piena di menzogne e senza mai raccontare davvero la verità. Una verità ricostruita in ogni dettaglio dagli investigatori, ricollegando davvero ogni singola traccia, come raramente accade in un’indagine. Una verità che sembra una serie tv, un libro giallo pieno di flashback e colpi di scena. L’incredibile storia vera di una mamma e di un figlio diventati assassini.

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14 maggio 2022 (modifica il 14 maggio 2022 | 12:19)

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