Btp Italia, cedola oltre il 5%: la corsa al rialzo dei tassi rimette in gioco i risparmiatori

Il rendimento dei Btp a dieci anni è tornato a superare la soglia del 3%. Alla chiusura di venerdì 6 maggio ha raggiunto infatti un picco del 3,15%, livello mai più toccato dalla fine del 2018. Appena il 30 marzo scorso, ed era la prima volta da tre anni, la remunerazione offerta dal decennale italiano aveva infranto la barriera del 2%. In questa foga rialzista dei rendimenti i Btp italiani a dieci anni sono in ottima compagnia: i Bund tedeschi di pari durata sono arrivati all’1,15%%: a inizio 2022 la cedola viaggiava ancora in territorio negativo; mentre i Treasury americani con un balzo si sono spinti a toccare il 3,13%, superando quella barriera del 3% considerata una soglia critica per l’equilibrio delle Borse e dei mercati (non a caso Wall Street ha reagito con un tracollo degli indici). Ma torniamo ai bond. Le cedole pagate oggi dai titoli governativi, se confrontate con un tasso di inflazione che in Europa viaggia a un ritmo del 7,5% annuo e negli Stati Uniti dell’8,4% possono ancora sembrare modeste.

Il confronto con i conti correnti

Tuttavia se il raffronto viene fatto con il tasso dei conti correnti bancari, praticamente nullo, questi rendimenti risultano piuttosto generosi. «Investire in Btp a dieci anni ha riacquistato significato anche per i piccoli risparmiatori», spiega Nicola Maino, direttore investimenti di Valori, società indipendente di gestione del risparmio con sede in Lussemburgo. «Con un rendimento del 3,15%%, il tasso reale, ovvero al netto dell’inflazione, torna ad essere positivo. Infatti la cedola supera l’inflazione di lungo periodo. «Per i bond di lungo termine, si prende a riferimento il tasso di inflazione forward (futura) espressa dal mercato: oggi siamo a circa il 2,8%», sottolinea il gestore. In pratica, il Btp decennale, la cui cedola incorpora il rischio Paese espresso dallo spread — tornato venerdì a 200 punti — a riesce a salvare il valore «reale» del capitale al netto dell’inflazione, anzi ad incrementarlo leggermente. Splende dunque un sole senza nuvole sopra il cielo dei Btp? Non è esattamente così. Chi a inizio gennaio 2022 avesse avuto in portafoglio il titolo decennale italiano con scadenza giugno 2032 e cedola dello 0,95%, in questi pochi mesi avrebbe perso quasi il 15% del capitale investito (senza contare l’erosione dovuta all’inflazione). A inizio anno, infatti, la quotazione di mercato di questo Btp (numeri analoghi valgono anche per le altre emissioni) era di 97,14. Oggi il prezzo si aggira intorno a 82 con una perdita per l’appunto di circa il 15%. Uno scivolone riconducibile all’aumento di quasi due punti dei rendimenti.

Attenzione alle minusvalenza

Naturalmente chi mantiene in portafoglio il titolo fino alla scadenza sarà rimborsato alla pari e non subirà perdite. La minusvalenza colpisce chi decide di vendere alle quotazioni correnti. «A questo punto, visto il calo sul mercato secondario delle quotazioni dei Btp già emessi, e il corrispondente aumento dei rendimenti, il decennale diventa uno strumento conveniente anche per altri motivi», continua Maino. «Se a causa del rallentamento economico i tassi di lungo termine dovessero scendere un po’, questo movimento si tradurrebbe in un guadagno per chi già possiede queste emissioni». Non offrono invece una analoga protezione i titoli a scadenza più breve, ad esempio i Btp a tre anni, collocati a metà aprile con un rendimento di circa l’1,2%. La cedola in sé è significativa (soprattutto perché fino a pochi mesi fa era zero), ma quando la Bce comincerà ad alzare i tassi, le scadenze più brevi saranno le prime a subire un contraccolpo. In ogni caso la nuova primavera dei Btp sembra appena agli inizi.

di Livio Acerbo #greengroundit #notizie – fonte