Violenze di Capodanno a Milano, il filmato di una donna e il software facciale per identificare il branco

Se si è riusciti a identificare quasi tutti i componenti del branco in azione in piazza Duomo, nella notte di Capodanno, si deve anche al sangue freddo di una donna che per caso passava e ha assistito all’aggressione delle due ragazze vicino al Mc Donald’s. Una testimone che si accorge che qualcosa di grave sta succedendo e ha la prontezza di riflessi di tirare fuori il cellulare e filmare: “A un certo punto sento le urla di aiuto di una giovane ragazza provenire all’interno di una folla di uomini – mette a verbale la donna negli uffici della Squadra mobile – . Notavo due soggetti.

Violenze di Capodanno, il padre di uno dei fermati: “Voleva solo svagarsi, è un gran lavoratore”

Il primo di probabile origine nordafricana, tra i 15 e i 20 anni circa, con una felpa rossa, che si limitava a strattonare una ragazza. Il secondo, anche lui di origine nordafricana, tra i 30 e i 35 anni, con un giubbotto rosso, che riferiva ad alta voce “la ragazza, la ragazza” e contemporaneamente le strappava i vestiti, continuando le spinte e lo strattonamento”.

(fotogramma)

Il video diventa subito virale sui social, viene acquisito dalla polizia e fa scattare l’identificazione di molti indagati. Tra cui i due fermati ieri mattina: Abdallah Bouguedra, 21 anni, italiano di origini marocchine, e Abdelrahman Ahmed Mahmoud Ibrahim, egiziano, 19 anni a marzo. “Da un confronto con le immagini postate dallo stesso Bouguedra su Instagram e il video effettuato dalla testimone – si legge nelle carte giudiziarie – emerge con evidenza la sua presenza nel gruppo di aggressori che palpeggiano e denudano la vittima. Come si evince dal video e dal profilo social, il giovane ripreso ha lo stesso abbigliamento, ovvero un giubbino rosso lucido con cuciture ondulate, jeans di colore scuro con effetto sbiadito e scarpe scure. Quindi è verosimile che si tratti della stessa persona”. Il secondo fermato è invece identificato dalla polizia scientifica della questura. Le “immagini nitide del volto, inserite nel Sistema automatico di riconoscimento immagini ‘Sari’ ha consentito l’identificazione” di Ibrahim.

Quest’ultimo è comparso ieri davanti al gip Raffaella Mascarino per l’interrogatorio di convalida del fermo. E nella ricostruzione fatta dal procuratore aggiunto Letizia Mannella e dal pm Alessia Menegazzo, è accusato anche dell’aggressione nei confronti delle quattro ragazze in Galleria Vittorio Emanuele, la prima che avviene cronologicamente. Avrebbe, scrivono i pm, “dimostrato una chiara e consapevole adesione al progetto criminoso del gruppo di uomini che ha assalito” le due diciannovenni, “inserendosi inequivocabilmente quale compartecipe attivo della condotta di violenza sessuale di gruppo”. Per la sua “spiccata pericolosità”, se lasciato in libertà, “potrebbe compiere altri delitti della stessa indole, anche sfruttando la forza d’intimidazione del violento gruppo di cui fa parte”. Il ragazzo, assistito dal legale d’ufficio Iacopo Viola, si è difeso in udienza. “Sono un bravo ragazzo, ho sempre lavorato – ha detto – sono arrivato da solo in piazza e ho visto solo in lontananza le ragazze aggredite. Non le ho toccate, ho solo guardato”. Il gip deciderà nelle prossime ore se convalidare il fermo e disporre o meno la custodia cautelare. 

In una traversa di via Imbonati ieri pomeriggio c’era il padre di Abdelrahman in lacrime per la strada. Si chiama Ahmed. Ed è qui, al quarto piano di un palazzo giallo ocra, che vivono assieme da qualche mese. Il papà muratore, il figlio ora nei guai che fa opere in cartongesso, l’altro figlio di un anno più grande morto tre mesi fa di un brutto male, la mamma in Egitto, in un paese vicino a Il Cairo. “È uscito a festeggiare il Capodanno dopo mesi difficili ma non ci credo che ha fatto quelle cose – si sfoga il padre, 47 anni, una cartellina rosa in mano con i documenti del figlio da portare in questura – sono sicuro che sia innocente, spero si chiarirà tutto. Sono molto preoccupato per mio figlio”. È da poco in Italia, Ahmed, parla ancora solo l’arabo. Ad aiutarlo nella traduzione c’è un connazionale di 31 anni, che per dividersi le spese da tre mesi vive con loro nel bilocale. Lo stesso dove gli investigatori nel corso della perquisizione hanno trovato il giubbotto verde, i jeans e una felpa giallo fluo che il 19enne, secondo i filmati che proverebbero le violenze, indossava la notte di Capodanno.

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