Lombardia, ricoveri in salita e soglie d’allarme vicine. «Terapie intensive, rischio stress estremo a gennaio»

di Sara Bettoni e Gianni Santucci

Incidenza Covid oltre i 100 casi ogni 100 mila persone, salgono i ricoveri. Il report del centro di ricerca dell’università di Washington: in un mese le terapie intensive potrebbero riempirsi fino al 60 per cento

È stato il giorno del «doppio superamento». Le due soglie oltrepassate ieri non implicano in questo momento il passaggio della Lombardia in «zona gialla», né descrivono una situazione drammatica. Definiscono però uno scenario sempre più a rischio. Da una parte, l’incidenza dei nuovi malati di Covid ogni 100mila abitanti in Lombardia è salita oltre 100 (il dato esatto è 102, venerdì era a 95). E, sempre ieri, i ricoveri nei reparti Covid ordinari sono arrivati a 656, dunque per la prima volta dalla primavera scorsa a un livello di occupazione sopra il 10 per cento.

La soglie di sicurezza

Per ora si tratta di due «sforamenti» che hanno un valore più analitico e psicologico, che pratico: si passa alla zona gialla con un’incidenza sopra 50 e un’occupazione ospedaliera sopra il 10 per cento nelle terapie intensive e sopra il 15 per cento nei reparti ordinari. La preoccupazione degli analisti in questi giorni sta però sul ritmo di crescita che, pur senza una netta impennata, si fa sempre più intenso. E su questo punto ieri è stato diffuso l’ultimo report aggiornato sull’Italia dell’«Institute for health metrics and evaluation», centro di ricerca dell’università di Washington. Che per la Lombardia, a partire dall’inizio di gennaio, prevede che si possa dover fronteggiare una situazione di «stress estremo» per i reparti di terapia intensiva, con un’occupazione dei posti letto che potrebbe salire sopra il 60 per cento (ieri era al 3,8).

Chi sono i ricoverati

Per il momento, oltre ai contagi, l’unico indicatore che mostra una salita consistente è quello dei ricoveri «ordinari», più che raddoppiati in un mese (da 302, a 656). Ma chi e quanti sono i ricoverati oggi? All’Asst Santi Paolo e Carlo alla fine dell’estate era attivo un solo un reparto dedicato al Covid ed era mezzo vuoto. Adesso ce ne sono due, con una trentina di degenti. Nel 60/70 per cento dei casi non sono immunizzati.
Al Niguarda si è passati da 6 a 22 letti occupati nel giro di un mese. «Si tratta soprattutto di non vaccinati tra i 40 e i 60 anni, o anche over 70 – spiega Massimo Puoti, primario del reparto di Malattie infettive —. C’è poi una minoranza di over 80 vaccinati, ma che a distanza di mesi dall’iniezione non hanno più una copertura vaccinale sufficiente».

Il sistema ospedaliero

È una riflessione sul campo che rispecchia lo scenario complessivo. L’R(t) «ospedaliero» (indice che definisce il livello di espansione dell’epidemia, ma focalizzato sui ricoveri) in una settimana per la Lombardia è passato da 1,2 a 1,33. Nelle terapie intensive lombarde sono oggi ricoverati 58 pazienti e il 72 per cento (quasi 40) non sono vaccinati. Se si guarda solo la fascia d’età sotto i 65 anni, per ogni ricoverato vaccinato ce ne sono 9 non immunizzati. Se si considerano infine i ricoveri «ordinari», i non vaccinati sono circa il 50 per cento. Riflette un analista che lavora per il settore pubblico: «La vaccinazione per ora mitiga e ritarda tutti gli effetti di questa nuova ondata. Ma se guardiamo alla pressione sugli ospedali il problema è quasi tutto lì, nel milione di lombardi non vaccinati».

Le nuove cure

Rispetto a un anno fa i medici hanno però qualche arma in più per curare i malati. Andrea Gori, alla guida del reparto di Malattie infettive del Policlinico di Milano, ricorda: «Sono disponibili gli anticorpi monoclonali. Vanno usati nell’arco dei primi dieci giorni dalla comparsa dei sintomi: prima vengono somministrati e più sono efficaci». Fondamentale l’alleanza con i medici di famiglia, che hanno il compito di segnalare tempestivamente i candidati alla cura: gli over 65 o i malati più giovani con fattori di rischio, per esempio l’obesità. Il paziente stesso, se rientra in queste categorie e risulta positivo al Covid, deve contattare il dottore o gli ospedali. I risultati? Rischio di ricovero dimezzato e non solo. «Vediamo guarigioni più rapide e minor durata della positività» sintetizza Gori. «Fra poco avremo anche i monoclonali da somministrare con iniezioni sottocutanee (ora si procede con infusione endovenosa, ndr) e antivirali in pillola — aggiunge Puoti del Niguarda —. Il loro uso riduce i ricoveri. Un vantaggio per ospedali e cittadini».

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21 novembre 2021 (modifica il 21 novembre 2021 | 09:58)

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