Terrorismo, la ‘leonessa’ Bleona respinge le accuse: “Mai pensato di andare a combattere e diventare martire”

“Non ho mai preso in considerazione di diventare martire, né di andare a combattere. Se così fosse, non sarei qui adesso”. Parla in italiano e scandisce bene, Bleona Tafallari. Risponde in videoconferenza da San Vittore alle domande dell’interrogatorio di garanzia, la 19enne italo-kosovara arrestata dalla Digos milanese, coordinata dal pm Luca Lesti e dall’aggiunto Alberto Nobili, per terrorismo internazionale. E nega. Sminuisce. Al limite, non ricorda. Salvo contraddirsi più volte. Come quando le chiedono degli anasheed, i canti propedeutici al martirio per la jihad, ritrovati tra i file del suo cellulare: “Pur non sapendo il significato delle canzoni continuavo ad ascoltarle. Per quello che ricordo, non ho mai cantato qualcosa non conoscendo l’arabo”.

Inizialmente, la ragazza accusata di appartenere alla cellula salafita dei Leoni dei Balcani spiega di essere inciampata in quelle migliaia di immagini e video per caso: “Mi sono ritrovata in un gruppo Telegram dove venivano riportate cose più pesanti”, spiega, ma “non ho pubblicato nulla”, limitandosi a consultare foto e sequenze di decapitazioni ed esecuzioni feroci. Poi qualcosa ammette: “Trovatami in una situazione molto difficile della mia vita, sono cascata nella trappola. Ho scaricato i pdf per curiosità, da Google. Non li ho mai letti, pur avendoli scaricati”. Incalzata, Bleona Tafallari resiste: “Inizialmente non sapevo se le informazioni scaricate erano fonte di bene o di male. Quando ho compreso era troppo tardi. Ormai c’ero dentro. Mi ero ormai abituata a vedere queste cose e non mi sembravano più sbagliate. Ma poi ho capito. Non potevo uscire dal gruppo in quanto ancora confusa e, non sapendo a chi credere, volevo trovare risposte alle mie domande”.

Il canto rituale della 19enne arrestata per terrorismo internazionale: “Così si votava al martirio”

L’attività di proselitismo con altre musulmane? “Non ho mai costretto nessuno a sposarsi con dei mujaheddin”. Disconosce pure il gruppo cui è accusata di appartenere: “La denominazione leonesse utilizzata con Fatina veniva utilizzata solo per richiamare la forza del leone, senza allusioni al combattimento”, spiega riferendosi a una delle chat, “Ci chiamavamo leonesse per il fatto del carattere forte del leone, essendo entrambe molto coraggiose”. Invocando festeggiamenti con bandiere nere e coltelli: “In merito al richiamo del bagno nel sangue degli infedeli, non ricordo nulla”. A Bleona Tafallari viene anche contestata un’altra chat, in cui un’amica le aveva spedito la foto del bimbo piccolo accanto a simboli Isis e un’arma: “La scritta non è nulla di male”, si difende, “in merito alla pistola, la mia amica ha inviato la foto a metà, pertanto non ricordo il fatto della pistola”.

Le evidenze investigative che hanno portato all’ordinanza per 270 bis emessa dal gip Carlo Ottone De Marchi, sembrano dire altro. Come gli aiuti che la ragazza intendeva raccogliere per una detenuta del capo di Raqqa: “Era solo per offrirle un sostegno economico. Ero molto dispiaciuta per la situazione in cui si trovavano i bambini e volevo aiutarla in qualche modo”. O i contatti con la moglie di Drilon Gashi – presunto complice di Kujtim Fejzulai nella strage di Vienna di un anno fa – per conto del marito Perparim Veliqi, negati ma poi ammessi, per “sapere come mai i poliziotti fossero andati a casa sua più di una volta”. E ancora con la consorte di Arian Babaj, condannato perché voleva far strage al Carnevale di Venezia. Ad ogni modo, Bleona Tafallari nega complicità: “Nessuno della mia famiglia ha le mie tendenze. Nessuna delle persone che frequento. Con loro non parlavo di nulla di ciò”.

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