Dieci anni senza Giacomo, il 12enne finito con la sua bici sulle rotaie del tram: “Dobbiamo fare ancora tanto per la sicurezza dei ciclisti”

“Caro Giacomo, chissà che cosa staresti facendo oggi se quella sera di 10 anni fa un gesto distratto e folle non ti avesse portato via. Me lo chiedo spesso e in questo anniversario ancora di più. Avresti 22 anni, Giacomo, forse verso la fine di un percorso universitario oppure già al lavoro o all’estero o chissà. Andresti in bicicletta, sicuro, perché quella sera di tanti anni fa pedalavi tranquillo in una brutta strada della nostra città, una strada con troppe automobili e con poca cura (lo era allora, lo è ancora oggi), e con gli anni saresti diventato un ciclista indipendente e consapevole.Chissà che cosa stai facendo adesso, caro Giacomo, e dove sei e chissà se guardi alla tua città e come la vedi. Io ieri sera sono passato dal luogo dell’incidente, se vogliamo chiamarlo così, come faccio spesso, perché devi sapere, caro Giacomo, che per tante cicliste e ciclisti milanesi basta il tuo nome per intendersi. La tua morte ha fatto nascere un movimento e ha fatto venire a tante e tanti la voglia di impegnarsi per fare in modo che quello che è successo a te non succedesse più a nessuno a Milano”. Giacomo Scalmani aveva 12 anni, la sera del 5 novembre 2011 pioveva, era buio, lui percorreva in bicicletta via Solari a Milano per tornare a casa quando all’improvviso la portiera di un’auto posteggiata in sosta vietata si era aperta, il ragazzino l’aveva urtata ed era stato sbalzato sui binari dove in quel momento passava un tram. Così era morto Giacomo, e a ricordarlo a dieci anni di distanza è Marco Mazzei, oggi consigliere comunale della lista Sala, animatore da anni della Massa Marmocchi e ciclista appassionato.

La morte di Giacomo, dieci anni fa, colpì tutta Milano, per giorni sul luogo della sua morte tante persone portarono fiori e biglietti, una ghost bike – una bicicletta tutta bianca – fu lasciata in quel punto per ricordare quello che era avvenuto. E per tanto tempo, al netto, della vicenda processuale (il conducente del tram venne prima condannato e poi assolto in appello dall’accusa di concorso in omicidio colposo, patteggiarono invece una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione con la condizionale il conducente dell’auto in divieto e la passeggera che aveva aperto lo sportello senza guardare chi stesse arrivando) quel caso fece discutere per la necessità di piste ciclabili sicure e protette.

Continua Mazzei nel post su Facebook pubblicato ieri sera: “Caro Giacomo oggi sono 10 anni, una vita, ma post simili a questo li ho scritti purtroppo ogni 5 novembre dal 2011 e sempre con il rammarico di non aver fatto abbastanza e con l’idea che avremmo dovuto essere più avanti rispetto a dove siamo. Caro Giacomo, sì Milano è cambiata tanto da allora, e poi c’è stata la pandemia che ha proprio cambiato tutto. Però quello che proprio non siamo riusciti a fare, Giacomo, è far capire che il diritto alla mobilità delle persone non è il diritto all’automobile, e che anzi, il presunto diritto all’automobile rivendicato da troppi limita il diritto alla mobilità di tutte le altre e gli altri. Quello che non siamo riusciti a far capire è che una città non può reggere la rivendicazione di uno spazio pubblico gratuito sotto casa, per di più occupato da oggetti sempre più ingombranti, e non può reggere la prepotenza con la quale questa rivendicazione è portata avanti, con automobili posteggiate sui marciapiedi e ovunque ci sia uno spazio, uno qualsiasi – perché quello è in realtà lo spazio della vita di una città. Ma non solo, poi c’è la rivendicazione di quello stesso spazio anche vicino al luogo di lavoro e alla palestra e a casa dei genitori o dei nonni. Quello che non siamo riusciti a far capire è che il semplice fatto di lavorare non garantisce il diritto di parcheggiare auto e furgoni in doppia o tripla fila, agli angoli delle strade, sulle strisce pedonali. Chi lavora non ha il diritto di occupare gli scivoli per le carrozzine, i titolari dei negozi non hanno diritto anche alla doppia fila davanti alle loro vetrine, per le loro automobili o per quelle dei loro clienti. E, no, un caffè o un giornale o una commissione o un saluto non sono un buon motivo per occupare spazio pubblico e creare pericolo per gli altri. Perché, certo, nessuno di quei momenti in sé è drammatico, diventano un dramma quando sono messi tutti insieme, uno dopo l’altro. Le persone che si fermano per un minuto sulla ciclabile con un’autovettura non sono criminali, ma quando sono tante e quei minuti diventano ore e giornate intere alla fine semplicemente la ciclabile non c’è più, la vita di tante e tanti è in pericolo e la città è ostaggio di comportamenti non criminali, ma superficiali. Ecco, caro Giacomo, forse siamo mancati proprio su questo: essere meno superficiali, pensare di più alle conseguenze dei nostri piccoli e grandi gesti quotidiani. Non posso immaginare una città militarizzata per controllare ogni angolo del territorio, però posso ipotizzare lo sforzo che dobbiamo fare per non perdere di vista l’obiettivo: il diritto alla mobilità per tutte e tutti, il diritto alla mobilità in sicurezza per tutte e tutti”.

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