Covid, Abrignani: «I test sierologici non servono per decidere se fare la terza dose: ecco perché»

Estendere i test sierologici a tutti (come ipotizza il governatore del Veneto Luca Zaia, ndr)? Utilizzare questi test per decidere a chi fare la terza dose di vaccino anti-Covid? Non ha senso secondo Sergio Abrignani, immunologo del Comitato tecnico scientifico e docente di Patologia generale all’Università degli Studi di Milano. Per stabilire la validità del green pass o la necessità di una nuova iniezione bisogna guardare ad altri indicatori. Questo il senso dell’intervento di Abrignani, riportato qui sotto.

«I test sierologici misurano la presenza di anticorpi specifici per la proteina Spike di Sars-Cov2 nel siero. La misurazione di questi anticorpi può essere fatta non solo in modo quantitativo (cioè per capire quanti ce ne sono) ma anche qualitativo (quanti neutralizzano l’infezione da parte del virus delle cellule umane in laboratorio). I test sierologici devono essere misurabili in modo standardizzato e devono dare un’informazione che significhi qualcosa dal punto di vista clinico. Ma quelli per Sars-Cov2 non sono standardizzati: in Italia ne esistono tanti diversi che danno valori non comparabili fra loro e, cosa importante, non vi è un «correlato di protezione», cioè un valore di anticorpi al di sopra o al di sotto del quale si è protetti o suscettibili. Quindi nel caso di Sars-Cov2 i test sierologici non possono essere utilizzati per prendere alcuna decisione medica, quale prolungare il green pass o fare la terza dose. Queste sono decisioni che vengono prese sulla base dei dati di efficacia vaccinale e non del declino del livello degli anticorpi ,che è un fatto fisiologico nei primi 12 mesi dalla vaccinazione.


In Israele si è deciso di fare la terza dose non perché stesse calando il livello degli anticorpi nei vaccinati, ma perché passati 4-6 mesi dalla somministrazione delle due dosi, soprattutto con la variante Delta del virus, i vaccinati si reinfettavano e si ammalavano. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità (con l’ultimo comunicato stampa del 6 ottobre) ci dicono che, per motivi che non comprendiamo, in Italia abbiamo una situazione diversa da Israele perché non c’è, anche contro la variante Delta, un calo importante di protezione dalla malattia. È stata osservata, come in tutto il mondo, una diminuzione di protezione dall’infezione, probabilmente perché il virus Delta è molto più infettivo rispetto all’Alfa. Quindi la terza dose verrà consigliata a soggetti non fragili o non particolarmente suscettibili come gli anziani quando ci saranno indicazioni sul calo della protezione dalla malattia in queste categorie. Poi si potrà decidere di promuovere la terza dose anche per similitudine con tanti altri vaccini, perché dal punto di vista immunologico sappiamo che la stragrande maggioranza dei vaccini (quelli non a base di virus vivi attenuati) vengono somministrati in tre dosi. Le prime, date entro un mese una dall’altra, servono a indurre una forte risposta immunitaria che è protettiva nell’immediato. Successivamente serve una terza dose a una distanza compresa tra 6 e 12 mesi della seconda che instauri una memoria a lungo termine, cosa che non avviene in tutti i soggetti solo con le due dosi ravvicinate. In Italia si è deciso di prolungare la validità del green pass da 6 a 12 mesi perché i vaccini, secondo i dati dell’Iss, erano e sono ancora estremamente efficaci nel proteggerci dalla malattia».

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3 novembre 2021 | 18:29

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