Milano, il caso della torre di via San Vigilio: la memoria di Gio Ponti e quelle ristrutturazioni che vanno contro la storia

Nel 1971 Gio Ponti aveva 80 anni: la sua mente, però – e la sua mano – non aveva perso lo smalto della sua cifra poetica, dandone dimostrazione nello straordinario fuoco d’artificio delle sue opere ultime: la Concattedrale di Taranto (che ha appena festeggiato i suoi primi 50 anni), l’Art Museum di Denver, in Colorado, e quella che l’architetto chiamava “un regalo alla mia città”, l’edificio per le Assicurazioni Savoia a Milano. A quest’opera, situata allora nell’estrema periferia, nel lotto all’incrocio tra il grande asse di viale Famagosta e la via S. Vigilio, Ponti dedicò una particolare attenzione, documentata dalla mole di disegni e varianti e dai tanti scritti in cui ne spiegava le caratteristiche d’avanguardia.

Innanzitutto, ad esempio, corredò l’alta torre d’uffici di un giardino – il “bosco lombardo” – come “esempio alla città ed ornamento alla periferia, sempre negletta mentre dovrebbe essere una saldatura magica fra la città e la natura”. Poi, per contrastare l’abituale sciatteria degli edifici per uffici, l’autore della Montecatini e del Pirelli, volle testimoniare l’importanza che bisognava attribuire ai luoghi di lavoro. Così invece di disegnare una comune torre o un blocco vetrato, si ingegnò a pensare al suo edificio nella nebbia di Milano, come se fosse un faro, un landmark, anzi addirittura un paesaggio. In piccolo vi riprodusse gli artifici del celebre museo di Denver, riducendone il più possibile l’impatto sul territorio con piegature delle facciate, simili a un origami di piastrelle a forma di diamante. Il perimetro diventava un nastro, le facciate fogli di un unico papiro che si svolgeva nello spazio senza soluzioni di continuità. Un gioiello che anticipava di molti decenni la questione ambientale della Milano verde.

Chiunque si sarebbe aspettato che questa lezione venisse recepita e custodita con la reverenza dovuta ai capolavori, soprattutto dopo essere stata esposta nel 2012 alla Biennale di Venezia e nel 2019 al Maxxi di Roma. Invece se ci si avvicina oggi in via S. Vigilio, lo spettacolo che si presenta è atroce. Per metà ancora ingabbiata nei ponteggi di una ristrutturazione irrispettosa, la bellissima torre presenta i tratti di un lifting al limite dell’oltraggio, con le tesserine di ceramica ‘rieditate’ per consentire il rifacimento delle facciate secondo i canoni di quello che tristemente si definisce “un cappotto”. Vittima di questa pratica ispirata dalle pur commendevoli preoccupazioni di migliorare il comportamento termico degli edifici, la torre è stata trasfigurata in una maldestra replica dell’originale dove nulla o quasi della sua materia è rimasta intatta.

Grazie al decreto semplificazioni che considera i progetti di isolamento termico come interventi di manutenzione straordinaria non soggetti a valutazioni di impatto paesistico, questi non sono più esaminati dalla Commissione per il paesaggio, nonostante l’appello lanciato da chang.org e le preoccupazioni dell’attuale Commissione per gli esiti di una pratica sostanzialmente indifferente alla qualità architettonica dei singoli edifici. Nel caso di via S. Vigilio, poi, appare ancora più inaccettabile l’aggiunta di un ulteriore piano a coronamento della torre, visto che proprio per evitare alterazioni dei volumi Ponti aveva elaborata la teoria della “forma chiusa”, cioè l’impossibilità di allungare o innalzare l’edificio senza pregiudicarne il risultato.

Il nipote di Gio e responsabile dell’archivio, Salvatore Licitra ci ha dettato parole di fuoco: “L’intervento sull’edificio di Ponti procede nella assoluta ignoranza (o indifferenza?) della proposta che con questa architettura Ponti faceva. Paradossalmente da un lato si stravolge un capitolo del lavoro di Gio Ponti e dall’altro si usa il suo nome commercialmente per propiziare la vendita di questi volumi banalizzati. Spero che la città e il sindaco prendano posizione su questo argomento e che si possa, con uno scatto di orgoglio, rimediare e far divenire questo episodio l’occasione per conoscere e riconoscere l’importante patrimonio architettonico della città”.

Il sindaco Sala ha vinto di slancio le ultime elezioni e ha messo subito al lavoro la nuova giunta: gli chiediamo dunque se nella sua visione dello sviluppo di Milano, la conservazione attiva del patrimonio moderno abbia un posto o se il futuro preveda spazio anche per il passato. Finora gli appelli rivolti da associazioni e movimenti di cittadini sono caduti nel vuoto: c’è speranza che dopo i casi della ex-Ras in via S. Sofia e del cosiddetto S. Vigilio Uno, il Comune dia una risposta su come Milano voglia regolare i rapporti con la sua storia?
 

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