Incendio Mortara, arrestati i titolari della Eredi Bertè: «Diedero fuoco ai rifiuti per non doverli smaltire»

Non è stato un rogo accidentale, ma doloso. Tutti i rifiuti sarebbero stati bruciati apposta per ripulire il deposito a costo zero. Ed è andato in fumo anche materiale pericoloso. Questa è l’accusa, pesantissima, per i gestori della Eredi Bertè di Mortara, tristemente nota per il gigantesco incendio del settembre 2017. Traffico illecito di rifiuti, incendio doloso, utilizzo ed emissione di fatture false, bancarotta fraudolenta, riciclaggio ed autoriciclaggio. Sono i reati di cui sono accusati Vincenzo Bertè e Andrea Carlo Biani, 54 anni, arrestati dalla Guardia di finanza di Pavia nella mattinata del 7 ottobre. Si trovano in carcere.

Gli imprenditori della Eredi Bertè

Erano i gestori della Eredi Bertè di Mortara, impianto di trattamento rifiuti bruciato nel settembre 2017 e non ancora bonificato. Chi passa nella periferia di Mortara ancora oggi vede cumuli enormi di immondizia bruciata, coi segni di oltre 4 anni di intemperie. In manette è finito anche Vincenzo Ascrizzi, 37 anni, ritenuto complice nelle attività di riciclaggio. Lui è agli arresti domiciliari. L’operazione Fenice, allestita in collaborazione tra la Guardia di Finanza, i Carabinieri Forestali di Pavia e la sezione giudiziaria della procura di Pavia, ha permesso anche di sequestrare più di 1,8 milioni di euro tra denaro, fabbricati, terreni ed autoveicoli. Ricchezze ottenute attraverso il mancato pagamento delle spese di recupero e di smaltimento dei rifiuti ed il mancato versamento del «Tributo speciale regionale».


I due roghi e l’allarme ambientale

La Eredi Bertè è andata a fuoco due volte, nel settembre 2017 e nove mesi dopo (in «tono minore»), senza mai che l’area venisse risanata e senza, finora, condanne definitive. Il caso del mancato pagamento delle tasse era finito anche in consiglio comunale. Episodi che destarono enorme impressione in città: non solo Mortara, centro nevralgico della Lomellina, ma tutto il circondario per settimane rimase con le finestre chiuse, dopo il primo incendio, per via dei miasmi, e molti sono stati costretti a gettare via i prodotti dell’orto.

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Il sistema criminale

«I provvedimenti cautelari — comunica la Guardia di Finanza — sono stati disposti a conclusione di complesse indagini, avviate nel 2017». I primi accertamenti utili erano stati compiuti da Arpa Lombardia subito dopo il primo rogo. Le ulteriori investigazioni hanno fatto emergere «un sistema criminale volto alla massimizzazione degli indebiti profitti conseguiti attraverso il traffico illecito di rifiuti». In particolare, secondo le indagini, Bertè e Biani avevano ammassato indistintamente rifiuti pericolosi e non, lastre di eternit comprese, senza poi provvedere a operazioni di trattamento o recupero. «Una volta accortisi che la gestione dell’impianto era divenuta insostenibile a causa dell’enorme quantità di rifiuti stoccati — proseguono le Fiamme Gialle — i due criminali decidevano coscientemente di dar fuoco al piazzale al solo scopo di ripulire, a costo zero, l’intera azienda di smaltimento, noncuranti dell’enorme danno per la salute della collettività».

Le intercettazioni telefoniche

Oltre al traffico illecito che ha comportato la saturazione dell’impianto di Mortara oltre ogni controllo, dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali emerge inoltre la volontà degli arrestati di avviare nuovi traffici illeciti, allo scopo di smaltire proprio i rifiuti interessati dall’incendio, verso destinazioni estere. Dopo l’incendio la Eredi Bertè Antonino, che gestiva l’impianto di recupero rifiuti unitamente alla Eredi Bertè Ecology, veniva dichiarata fallita. «I due citati — prosegue così il risultato delle indagini — facevano sparire l’enorme capitale illecito attraverso la creazione di numerose società intestate a meri prestanome. L’analisi dei conti correnti, la ricostruzione dei flussi finanziari e l’esame di una mole enorme di documenti permetteva, però, agli investigatori di ricostruire l’articolato sistema che, anche attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture false, ha consentito ai criminali di distogliere enormi capitali che sarebbero dovuti servire per pagare i vari creditori commettendo, di fatto, il reato di bancarotta fraudolenta». Qui entra in gioco Ascrizzi, coinvolto nelle operazioni di riciclaggio.

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7 ottobre 2021 | 09:18

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