Comunali a Milano, Sala verso il bis già al primo turno. E FdI si arrampica a tre punti dalla Lega

MILANO – La sfida di Milano sembra (comunque) segnata. Una partita a due, nonostante il numero più alto di candidati sindaco (13) degli ultimi vent’anni, che Beppe Sala potrebbe chiudere al primo turno. Perché, certo, al voto del 3 e 4 ottobre mancano poco meno di tre settimane e, in una competizione in cui gli esperti si aspettano un’affluenza non elevata e più o meno in linea con quel già non entusiasmante 54,7% di elettori di cinque anni fa, quasi un milanese su due (il 47%) è ancora indeciso o intenzionato a non presentarsi neppure alle urne. Ma, in questo momento, il sondaggio realizzato da YouTrend per il gruppo Gedi fa viaggiare il sindaco che tenta il bis poco al di sopra della soglia del 50%, al 51,4 per cento. È lì, Sala, sul filo della vittoria. Ma soprattutto in fuga, con un distacco sul suo principale avversario, il pediatra Luca Bernardo scelto da Matteo Salvini come campione del centrodestra e inchiodato al 37,2%, misurabile in 14 punti: un margine di vantaggio che renderebbe difficile una eventuale rimonta in caso di ballottaggio. Allora, il divario crescerebbe ulteriormente fino a raddoppiare. Tanto che il secondo tempo finirebbe così: Sala 64,2, Bernardo 35,8.

L’ultima a esserci riuscita è stata Letizia Moratti contro l’ex prefetto Bruno Ferrante. Era il 2006, prima della comparsa del “terzo polo” rappresentato dal Movimento 5 Stelle. Era un’altra Milano, che non aveva ancora chiuso i conti con un ventennio di dominio incontrastato del centrodestra. Da Giuliano Pisapia in poi i ruoli si sono ribaltati, anche se la Milano roccaforte del centrosinistra in quel mare verde-azzurro che è la Lombardia, se l’è sempre dovuta vedere al ballottaggio. Anche perché dal punto di vista politico la città è sostanzialmente spaccata a metà. Questa volta, però, Beppe Sala potrebbe riuscire nell’impresa di archiviare subito la pratica. “Uno scenario in questo momento possibile”, sostiene il direttore di YouTrend Lorenzo Pregliasco. La prima ragione è rintracciabile “nel giudizio sull’amministrazione comunque positivo”: il 58,2% del campione – 804 intervistati – promuove la giunta Sala. Ma a influire sul risultato potrebbe essere, guardando nell’altro campo, anche una candidatura, quella di Bernardo, “arrivata tardi, tra molte incertezze, e in un contesto in cui a lungo sembrava che nessuno volesse assumersi questa responsabilità”.

E M5S? A queste latitudini, non ha mai sfondato e, anche nel 2016, il loro candidato sindaco si fermò al 10%. Questa volta, Layla Pavone, la manager voluta da Giuseppe Conte per lanciare il nuovo corso del Movimento al Nord, si fermerebbe addirittura al 4,6 per cento. E questo nonostante l’ex premier goda di una fiducia personale del 40,6. Non poco visto che tra gli altri leader nazionali – tutte le tabelle saranno online da oggi – Enrico Letta sarebbe al 31 per cento.
Il sondaggio misura anche un effetto Sala. In modo “diretto” il sindaco porterebbe in dote un 1,3% in più del suo schieramento, quattro volte lo 0,3% aggiuntivo di Bernardo. Ma c’è anche una componente “indiretta”. A Milano Sala è riuscito a mettere insieme un’alleanza ampia, da Azione e Iv a Sinistra Italiana e Articolo 1 fino ai Verdi, che conquisterebbe il 50% delle preferenze. In consiglio comunale, il centrodestra si fermerebbe al 36,9: un risultato inferiore a quel 43,8% che avrebbe se si votasse alle Politiche.

Tra i partiti, il Pd resta primo con il 27,6% (era al 36% alle Europee, al 29 alle scorse Comunali). Ma nel derby della destra, il rischio sorpasso c’è. La Lega sarebbe ancora in vantaggio con il 14,1% (contro il 27,4 dell’exploit alle Europee e l’11,8% del 2016). Ma, persino nella città di via Bellerio, la concorrenza di Giorgia Meloni, che supera Matteo Salvini in fiducia personale, si fa sentire. Fratelli d’Italia si arrampica fino all’11,3% (nell’ultima sfida per Palazzo Marino era al 2,4%, nel 2019 al 5,2), a un soffio da una Lega che, per la prima volta dal 1993, non schiera il suo “Capitano” in lista. Non si arresta, invece, il crollo di Fi. Nella sua Milano, il partito di Berlusconi non andrebbe oltre il 7,9%. Nel 2016, volava al 20 per cento.
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