Il contraccolpo dello smart working: un lavoratore su due ha la «sindrome della grotta» (e non vuole rientrare)

La metà dei lavoratori vorrebbe non rientrare in ufficio e alla «vecchia» routine. Secondo un’indagine condotta dalla Uil, lo smart working dovrebbe diventare la formula permanente per la metà dei lombardi che hanno un lavoro e che preferiscono di gran lunga la casa all’ufficio.

Nelle sue manifestazioni acute viene definita sindrome della capanna o della grotta, cioè la resistenza a uscire di casa, a ritornare nel mondo dopo i mesi di chiusura tra le mura domestiche per difendersi dalla minaccia del virus che, appunto, viaggiava sulle gambe dei nostri consimili. Ma al di là delle patologie, secondo quanto hanno rilevato i vertici della Uil a Milano e in tutta la Lombardia sta prendendo corpo una diversa percezione delle giornate lavorative. Addirittura, secondo quanto rilevato dalla Uilca, cioè il sindacato del settore bancario e assicurativo, si aggira attorno all’80 per cento la quota di colletti bianchi che eviterebbe di tornare in ufficio, su una base che già conta circa 15 per cento delle persone in smart working. E sono già circa il 30-35 per cento le aziende del settore chimico e farmaceutico che hanno già strutturato l’opzione del lavoro da casa come elemento contrattuale.


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E secondo lo stesso studio sindacale, se prima dell’emergenza innescata dalla pandemia le aziende che utilizzavano la formula dello smart working erano soltanto il 15 per cento del totale, attualmente sono diventate 35 su 100. E in prospettiva potrebbero considerarlo un elemento strutturale della propria organizzazione nel 45 per cento dei casi. «Attualmente, anche a seguito della campagna vaccinale, molte aziende cominciano a richiedere di riprendere le attività presso le loro sedi, ma i lavoratori replicano chiedendo di poter proseguire il loro lavoro dal domicilio — spiega Paola Mencarelli, segretaria della Uilca Lombardia e psicoterapeuta del lavoro —. La risposta negativa dei lavoratori è spesso accompagnata da ansia, demotivazione, disorientamento e paura alla sola idea di lasciare il proprio rifugio sicuro. Per il sindacato — conclude — non si tratterà solo di contrattare un rientro scaglionato, ma anche di contrattare il benessere, prendendo atto del cambiamento nell’organizzazione del lavoro». Nella sola zona di Brescia, Cremona e Lodi, spiega Giancarlo Pagani della Uiltec Lombardia, «si è registrato un utilizzo dello smart working che possiamo indicare dal 50 al 70 per cento». E l’avvocato Pietro Russo indica già la nuova frontiera della contrattazione: «Senz’altro sarà necessaria una regolamentazione di questi nuovi rapporti di lavoro attraverso la contrattazione collettiva e un processo di adeguamento professionale».

Lo psicologo e psicoterapeuta Paolo Crivelli ricostruisce così le fasi che hanno condotto a questo scenario: «Nella fase 1, durante il lockdown, è avvenuto il cambio di abitudini, con immediati effetti positivi nello stare in famiglia che hanno disinnescato la portata della paura collettiva. Si è creata una zona di conforto, una bolla esistenziale che ha modificato il senso del luogo. Con la seconda ondata pandemica — prosegue — questa messa in pausa della vita, nel tempo e nello spazio, ha causato una sorta di “mobbing collettivo”. E con il rientro parziale molti lavoratori si stanno trovando in difficoltà nella ripresa delle vecchie abitudini, trovando uffici deserti, ritmi differenti e monotoni, e forzature nel recupero della realtà, con le proposte di un “hybrid working”, un po’ da casa e un po’ in ufficio».

Sul piano economico e ambientale, tuttavia il lavoro agile, in remoto, da casa o smart che dir si voglia è potenzialmente veicolo di benefici che la multinazionale canadese Stantec ha calcolato con un software e che da settembre verrà applicato ad altre aziende. I primi risultati: riduzione del 10 per cento dei consumi di carburante per auto aziendali, del 20 per cento nei consumi di acqua ed energia, del 30 per cento degli incidenti in itinere. Secondo l’algoritmo che calcola la massa di sette elementi (N2O, NOx, CO, CO2, COV, PM2.5 e PM10) considerati fattori di inquinamento evitato indirettamente mediante una giornata di smart working, a Milano nel periodo del lockdown del 2020 si sono registrati nel solo mese di aprile 2020 (ma lo stesso vale per marzo) un risparmio una quantità di CO2 (15 tonnellate) che nel 2019 era stata risparmiata in circa 9 mesi. Messi insieme i mesi di marzo e aprile 2020, hanno comportato un risparmio di inquinamento che finora aveva richiesto un anno e mezzo.

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29 giugno 2021 | 07:42

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