«Ogni giorno i morti di un attentato Così il dramma è diventato normale (e perché è giusto che succeda)»

Come il disastro di Linate. Ogni mattina.
O come se ogni sera ci fosse un attacco terroristico analogo a quello del «Bataclan» di Parigi.
Come se, infine, crollassero due o tre ponti «Morandi», tutti sempre in un solo giorno, e soltanto in Lombardia. Questo, in termini di morti, è il Covid-19. Anzi, se si guarda al numero dei decessi, è (ed è stato) anche molto peggio. Accostare fatti lontani e scollegati può essere un esercizio straniante. Crea uno scarto nella psiche individuale. Innesca un cortocircuito nella percezione pubblica. Soprattutto, genera domande. Obbliga un’intera società a un’(auto)interrogazione profonda.
Si può partire dal 13 novembre 2020. Quel giorno, di Covid, in Lombardia muoiono 118 persone. E poi fare un salto indietro: 8 ottobre 2001, strage di Linate, il più grave disastro aereo mai avvenuto in Italia. Le vittime sono le stesse: 118.
Col coronavirus però bisogna allargare il quadro temporale. Tornare con la memoria alle immagini strazianti dell’aereo della Sas che investe il Cessna, si schianta contro l’hangar, il fuoco, il lutto cittadino e nazionale. Ecco il raffronto: seconda ondata del Covid-19 in Lombardia, dal 26 ottobre al 20 dicembre, dunque 8 settimane, 56 giorni, le vittime sono state 7.144, vuol dire 128 morti al giorno. Come se il disastro aereo di Linate (anzi qualcosa di più grave in termini di vittime) si ripetesse ogni mattina, per due mesi consecutivi.

E ancora. La terza ondata del Covid-19 in Lombardia sta provocando meno vittime della seconda. Sembra un dato rassicurante. Quanti sono i decessi? Dal 15 marzo a ieri, 7 aprile, 2.153: quasi 90 morti al giorno. L’attacco dell’Isis al «Bataclan» di Parigi, 13 novembre 2015, con i ragazzi falciati dai fucili mitragliatori mentre assistevano a un concerto, provocò 90 vittime. Dal 15 marzo a ieri, dunque, è come se in Lombardia ci fosse, ogni giorno, un attacco terroristico devastante come quello del «Bataclan». Infine, nel crollo del «Ponte Morandi» (Genova, 14 agosto 2018), le vittime furono 43. Rapportato alle conseguenze del coronavirus, è come se nella sola Lombardia crollassero 2 o 3 ponti «Morandi» al giorno.

Hanno senso questi accostamenti? Un evento singolo con un violentissimo impatto simbolico è unico. E l’analogia numerica ha scarso peso nelle percezioni di massa. Ma la domanda obbligata dal parallelismo dei numeri resta: stiamo rimuovendo la tragedia quotidiana dei decessi da coronavirus (intorno ai 100 al giorno nelle ultime settimane, un anno fa erano oltre 500 ogni 24 ore, più di 31 mila in tutto da febbraio 2020 a oggi nella sola Lombardia)? È questo il primo interrogativo che il Corriere ha rivolto a Flaminio Squazzoni, ordinario di Sociologia generale all’Università Statale.

Stiamo rimuovendo i morti?
«Rimuovere vuol dire non fare i conti. Mettere da parte. Non elaborare. Dunque la risposta è no, non stiamo rimuovendo il dramma dei morti da Covid».

E allora, ci siamo assuefatti?
«Neanche. Non si tratta di assuefazione. Anzi, al contrario. È in corso un’elaborazione sociale. Un processo che ci aiuta a vivere in una dimensione collettiva di rassicurazione».

Che considerazione abbiamo, dunque, della catastrofe continua dei decessi?
«La stiamo “normalizzando”, e lo stiamo facendo attraverso rituali. Che in questo caso sono l’uso delle mascherine, la distanza fisica, le code ordinate fuori dai supermercati, il continuo lavaggio delle mani. La ritualizzazione collettiva riduce l’incertezza, affievolisce la percezione del rischio, abbassa il livello di stress. Dà l’illusione di esercitare un controllo, e dunque ci rassicura. In questo momento storico, in più, i riti hanno anche un valore effettivo di prevenzione».

Perché il numero così alto di «caduti» per la pandemia non ci impressiona più?
«Tra le analisi oggettive, le statistiche e le reazioni sociali c’è una discrasia. L’analogia quantitativa tra le vittime di un disastro aereo (un evento determinato, esogeno, improvviso, su cui non abbiamo controllo) e quelle di un giorno di coronavirus (una sequenza temporale, pervasiva, che ci accompagna da un anno ormai, su cui pensiamo di aver qualche controllo) non funziona nella mente delle persone. Nella percezione e nella memoria collettiva gli eventi impattano al di là della quantificazione per la loro propria natura».

A cosa servono i riti?
«Da sempre le società sviluppano comportamenti e pratiche collettive per la riduzione dell’incertezza e dello stress, per illudere le persone di esercitare un controllo sull’incertezza».

Lo stiamo facendo anche con la pandemia?
«Esattamente. Le attuali prassi di igiene e distanziamento hanno un valore pratico come strumento di prevenzione del contagio, ma sono anche rituali con una profondissima dimensione collettiva. Sappiamo che tutti siamo coinvolti e tutti osserviamo quelle prassi o regole. Ma sappiamo anche che, a livello conscio o inconscio, la ritualizzazione rispetto a un evento avverso consente di innescare un’illusione di controllo. È un classico meccanismo cognitivo: sopravvalutare la propria capacità di controllo di fronte a un evento avverso. È una rassicurazione. In questo caso poi, ripetiamo, i riti sono anche funzionali a prevenzione e ordine sociale».

Ci laviamo le mani anche per scacciare la paura?
«Su una sciagura o un attentato terroristico non abbiamo un potere di controllo. Le pratiche di prevenzione contro il virus sono necessarie, ma ci rassicurano anche sul fatto che stiamo operando per allontanare il rischio. Poi, sempre per tornare alle analogie tra morti da coronavirus e morti in attentati o catastrofi, non sfugge a nessuno che la percezione del rischio sia disomogenea».

È in questa ritualizzazione che si dimenticano le vittime?
«Su questo ha lavorato molto il fattore tempo. L’evoluzione sociale insegna che di fronte a pericoli e sciagure dobbiamo innescare meccanismi di adattamento. Lo stiamo facendo. Consideriamo però che la normalizzazione del rischio attraverso i riti collettivi va avanti da oltre un anno. È ormai lunghissimo il lasso di tempo in cui questi rituali hanno “lavorato” sulla psiche delle persone. Per lo stesso tempo ha “lavorato” l’illusione del controllo. E dunque, come abbiamo normalizzato il pericolo, abbiamo normalizzato anche la percezione della morte. È l’altra faccia della medaglia. Una sorta di prezzo di disumanizzazione che dobbiamo pagare».

Una normalizzazione che porta ad abbassare la considerazione della catastrofe e della sofferenza di decine di migliaia di famiglie non ha effetti negativi sulla società?
«Guai se questa ritualizzazione e normalizzazione non avvenissero. Sono funzionali al controllo sociale, alla riduzione del panico. Permettono alle persone di vivere una vita il più possibile normale. Se questo non accadesse saremmo in una società disperata, con conseguenze imprevedibili. Senza il processo di normalizzazione sarebbe l’anomia, la barbarie, la schizofrenia sociale, potremmo andare incontro a tensioni ed esiti sociali imprevisti – pensiamo a proteste sociali. Non possiamo vivere in una situazione di stress e incertezza continui. Come potrebbero un essere umano o una società stare in piedi senza ridurre l’incertezza durante una pandemia che sta travolgendo tutto? Ma siccome tutti i processi sociali hanno una doppia natura, il “costo” della normalizzazione è non accorgerci più del dramma. Operiamo per poter controllare un nemico invisibile, ci affidiamo a regole, istituzioni, esperti e non ci rendiamo più conto dei 500 morti al giorno».

Seguendo questo ragionamento, il «costo» rischia di lasciare una ferita profonda nella società?
«La ferita non sarà quella. Il fatto più brutto è che la maggior parte dei morti siano anziani e che in fondo la figura dell’anziano, dal punto di vista sociale, sia sembrata sacrificabile. È una ferita con valenza simbolica molto elevata: aver dato per scontato che l’anziano avesse in qualche modo meno diritto alla sopravvivenza e alla cura. L’abbandono degli anziani a se stessi è stata una concezione sottile, ma a volte anche elaborata, perché ancora oggi c’è chi dice: “Beh, in fondo sarebbero morti lo stesso”. La cura di questi rapporti intergenerazionali fratturati sarà fondamentale per ritessere la società, i suoi equilibri, le relazioni nella fase post-pandemica».

Anche la comunicazione pubblica, soprattutto all’inizio della pandemia, sembrava oscillare su quella concezione.
«È una delle tante cose che la pandemia lascerà in eredità e che dovremo lenire, come le malattie psicologiche. Questo scompenso nel considerare il diritto alla vita delle persone ha inciso e inciderà pesantemente, è una lacerazione nel tessuto sociale che andrà risanata. Così come l’importanza di un salto di livello degli investimenti educativi per le giovani generazioni, devastate dalla Dad».

7 aprile 2021 | 21:37

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