Vaccini in azienda: da Pirelli a Salini, ecco le 1300 imprese lombarde pronte a partire

Sono già circa 1.300 le aziende lombarde che hanno aderito al protocollo che l’assessorato regionale allo Sviluppo economico ha sottoscritto con Confindustria e Confapi per organizzare un ramo della campagna vaccinale nei luoghi di lavoro.

Da qualche giorno, tra le segreterie delle due associazioni imprenditoriali e quelle dell’assessorato di Guido Guidesi rimbalzano numeri in costante crescita. Tutte aziende con non meno di cento dipendenti, quindi al momento sarebbe già interessata dall’operazione una popolazione di non meno di 350 mila lavoratori. Soltanto nel perimetro milanese, ad Assolombarda sono arrivate oltre 360 manifestazioni d’interesse da parte di aziende che occupano complessivamente oltre 141 mila persone. Tra i nomi che hanno detto sì figurano quelli di Atm, Pirelli, Salini Impregilo, Coim Cremona, Gruppo Omr, Gruppo Marcegaglia, Brembo, Gewiss, RadiciGroup, Zanetti Tenaris, Sacbo, Persico, Foppapedretti, Italcementi. «Abbiamo anticipato persino il governo», si compiacciono nei corridoi di Palazzo Lombardia, mentre l’elenco è in continuo aggiornamento.

Atm, in particolare, sta elaborando un piano di azione per vaccinare i suoi 10 mila dipendenti. Da metà aprile partirà il processo di raccolta delle adesioni volontarie attraverso un sistema telematico sviluppato appositamente. La priorità di somministrazione sarà data al personale di fronte line, conducenti e assistenti alla clientela. Dieci gli hub previsti tra depositi e Fondazione Atm che verranno allestiti con sala d’attesa e personale specializzato. Il coordinamento è affidato alle strutture del San Raffaele che già seguono l’azienda dei trasporti per la medicina del lavoro.

«Si tratta ancora di manifestazioni di interesse — tengono a specificare i tecnici regionali — quindi c’è ancora molto da verificare sulla fattibilità, però noi ci siamo, su queste basi siamo pronti a partire e possiamo dire di esserci mossi persino prima del governo nazionale». L’obiettivo dell’operazione che dovrebbe portare le vaccinazioni nelle grandi aziende che possono offrire condizioni favorevoli è innanzitutto quello di alleggerire la pressione sugli hub e sui centri vaccinali già operativi, nel momento in cui si passerà alla fase «massiva», cioè quando sarà terminata la fase di protezione degli anziani e di tutte le categorie fragili o strategiche. Ma sia la Regione quanto — ovviamente — gli imprenditori hanno ben chiara anche l’importanza di proteggere le persone che, quotidianamente, contribuiscono a tenere vivo e dinamico il tessuto produttivo lombardo, che nonostante le difficoltà create dalla pandemia continua a esportare.

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Anche per questo l’adesione da parte delle imprese è stata così alta, nonostante le non poche incognite organizzative persistenti. La Regione, infatti, garantirà il monitoraggio degli spazi e la fornitura dei vaccini, dopodiché la gestione delle operazioni spetterà alle aziende e ai medici preposti. L’assessore al Welfare Letizia Moratti ha anticipato l’orientamento a vaccinare «soltanto i dipendenti e non anche i familiari», mentre è verosimile che — all’interno di quei perimetri — saltino i confini delle fasce di età: nel giorno programmato, dovrebbero essere vaccinati tutti i lavoratori. «In realtà le cose non sono chiare affatto — fa notare la segretaria regionale della Cgil, Elena Lattuada — la questione degli spazi non è una variabile di poco conto e forse è anche per questo che finora non ho sentito molti riferimenti ai luoghi di lavoro da parte di Letizia Moratti e di Guido Bertolaso, che hanno sempre fatto riferimento ai grandi hub». Secondo la dirigente sindacale, anche tra le aziende circolano interrogativi non da poco: «Per esempio Italcementi, che non è certo una realtà piccola e marginale, ha scritto ai propri dipendenti per raccogliere le adesioni all’iniziativa ma anche sollecitandoli a seguire le procedure previste per tutti i cittadini nel sistema pubblico». E nella stessa lettera, tra l’altro, si parla anche dei familiari dei lavoratori. «Insomma — conclude Elena Lattuada — c’è confusione e si rischia di far creare corsie preferenziali. Meglio aspettare un protocollo nazionale».

3 aprile 2021 | 07:58

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