Milano, vecchie fabbriche, case di ringhiera e l’acqua del Navigliaccio: un giro a piedi per scoprire il distretto urbano di Na.Pa

La Linea Maginot stradale di viale Liguria col ponte di ferro su cui da alcune generazioni campeggiano le réclame del Fiordaliso e dell’Esselunga ad uso automobilistico, fissa il punto oltre il quale si ha le sensazione di aver messo un piede fuori porta iniziando un viaggio altrove. Cioè là dove perde forma una città rarefatta tenuta insieme dalla corrente in uscita del Naviglio Pavese (il cui primo ramo nei dintorni di Pavia fu con disprezzo detto Navigliaccio), un puzzle cha trovato un acronimo con cui darsi un senso ma dove i motorini elettrici in sharing non si possono parcheggiare perché per loro non è più Milano. 

La Conca Fallata sul Naviglio Pavese (fotogramma)

Na.Pa è il Naviglio Pavese così come hanno voluto definire il quartiere che abitano quattordici tra ristoranti, locali, commercianti, associazioni, registrando il nome ad uso di marketing. Dal Sadler di via Ascanio Sforza al Teatro Pacta, ogni riferimento a Nolo non è casuale. Si tratta di una zona vastissima che idealmente inizia dai 13 edifici Naba di via Carlo Darwin (e non Charles, è un pezzo di modernariato odonomastico del Ventennio) e finisce ai primi sentori del Parco Sud ad un passo dal Lambro Meridionale. Sulle sponde del Pavese si lavora per portare a termine la pista ciclabile ma il percorso è ben noto a chi ama pedalare in scioltezza sfruttando la lieve pendenza a favore, volendo e potendo fino al Ticino. 

La ciclabile sull’Alzaia Naviglio Pavese (fotogramma)

Na.Pa in realtà è vicinissima, si concentra tutta all’inizio nell’urbanizzazione sbilenca e meticcia fatta di vecchie fabbriche, rimesse, case popolari di ringhiera o in stile sovietico, cantieri recenti e in divenire. Appena dopo viale Liguria, a sinistra dell’acqua c’è l’Osteria Grand Hotel col pergolato, il glicine, una scala che conduce ad un tetto ormai chiuso dove un tempo si saliva a ballare. C’è l’edicola con la Madonna vegliata da un piccione, c’è il campo da bocce infestato da piante pioniere dopo un anno di pandemia. Sulla destra c’è il capannone dove pare sia stato fabbricato Pippo, l’aereo che avvistava i bombardieri alleati ma evidentemente mai abbastanza in fretta. Sulla sinistra ancora c’è Cantina Urbana, enoteca che vinifica in sede con uve ovviamente non autoctone, a destra poi DistrEat, cucina ospitata nella casa padronale di un vecchio deposito di riso che invece serve da sede all’agenzia di comunicazione Altavilla. 

L’edicola in via Chiesa Rossa (fotogramma)

Procedendo a sud, sull’Alzaia si presenta uno dei paesaggi più insoliti di tutti i Navigli. Danno le spalle all’acqua casermoni anni ’60 del quartiere Torretta, detto da alcuni dei Promessi Sposi perché qui le vie hanno tutte il nome di un personaggio manzoniano, da altri di Donna Prassede che è il personaggio con la via più lunga di tutti. Edifici figli di un’epoca che riteneva il Naviglio un fastidioso residuato, e che dunque rivolgono il meglio che hanno da offrire, cioè giardinetti e facciate vere e proprie, dall’altra parte, in direzione dell’A7. La bruttezza è palese, e tuttavia il fascino di Na.Pa, ma più in generale del Pavese, è proprio il fatto che si tratta di un Naviglio selvatico, non addomesticato, tenacemente di periferia. Adottato sì da sempre più studenti per i prezzi non ancora proibitivi ma pur sempre in bilico tra la densità umile dello Stadera e della Barona e il respiro degli alberi. Dei giardini di Cascina Caimera, appena rimessi a nuovo, o del parco della Biblioteca di Chiesa Rossa, del Ticinello, dei campi e delle rogge che da via Bufalora sono un altro orizzonte.  

La biblioteca Chiesa Rossa (fotogramma)

Le realtà di Na.Pa nella giungla del Navigliaccio sono un ingrediente in più. Come la casa cantoniera divenuta Motelombroso. Un bar e ristorante caratterizzato da quel gusto contemporaneo per il verde un filo patinato che ai confini delle nuove Cartiere Binda pare l’emblema del corso che si vorrebbe dare al Naviglio. L’acqua è difficile da imbrigliare, e comunque pensando a cosa è già stato il Pavese, all’Osteria della conca Fallata, di fronte all’omonimo e celebre salto d’acqua idroelettrico, è d’obbligo la tappa ciclistica. Da qui partì nel 1907 la carovana ciclistica della prima Milano-Sanremo.

La Biblioteca Chiesa Rossa (fotogramma)


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