La ricerca consegnata a Cts e Ministero: “Chiudere le scuole non rallenta il contagio e rischia l’effetto opposto”

Chiudere le scuole non rallenta il contagio. Anzi: “Rischia di ottenere l’effetto opposto”. È questa una delle conclusioni a cui è arrivato uno studio portato avanti da un gruppo di scienziati dell’Università di Padova, dell’Istituto oncologico europeo, in collaborazione con l’università di Tor Vergata, AbaNovus di Sanremo e la Ulss-9 Scaligera di Verona. Un lavoro complesso che ruota attorno a quattro domande precise, indagando il ruolo di ragazzi e bambini che frequentano le scuole nella diffusione del Covid durante l’ondata d’autunno. Sono stati usati database e numeri che arrivano dal tracciamento dei contagi in mano alle Agenzie di tutela della salute, del Ministero dell’Istruzione, della Protezione civile. I risultati sembrano scardinare molte convinzioni sui luoghi dove si fa lezione, considerati da tanti come uno dei motori su cui si muove la pandemia: “L’impennata dei contagi di ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole”, scrivono i ricercatori. E la loro chiusura totale o parziale in regioni come la Campania o la Lombardia non solo ha avuto conseguenze pesantissime su famiglie e studenti. Ma “non ha influito sulla diminuzione dell’Rt”.

I risultati della ricerca dal titolo “A cross-sectional and prospective cohort study of the role of schools in the SARS-Cov-2 second wave in Italy” sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet Regional Health e ora consegnati a Cts e ministero. “Nonostante l’evidenza biologica ed epidemiologica che i bambini giochino un ruolo marginale nella diffusione del virus – spiegano gli studiosi – sono state stabilite politiche di chiusura delle scuole, tra cui l’Italia, principalmente basate su una coincidenza temporale fra la loro riapertura e l’andamento dell’epidemia”. Una delle domande chiave da cui sono partiti è questa: dopo l’estate, quando le aule sono tornate a riempirsi, dagli asili alle superiori,  dalle elementari alle medie, questo ha inciso sull’andamento generale dei contagi? La risposta degli studiosi è no. Il calendario scolastico italiano, con riaperture diversificate a seconda delle regioni, si è dimostrato un terreno fertile su cui impostare un ragionamento, spiegano Luca Scorrano, biologo dell’università di Padova e l’epidemiologa Sara Gandini dello Ieo di Milano, coordinatori della ricerca. Un primo confronto è stato fatto su Bolzano e Trento, due territori simili per popolazione, clima e stile di vita, dove l’anno scolastico è iniziato con una differenza fra le due realtà di una  settimana. Nonostante i bambini fossero rientrati sui banchi prima a Bolzano, però, è a Trento che la curva dei contagi ha iniziato a impennarsi per prima, “suggerendo che non vi era alcuna relazione temporale tra l’apertura delle scuole e l’aumento Rt”. Questo è stato l’inizio. Per avere conferma, le stesse analisi sono state quindi estese ad aree più vaste del Paese, applicandole a diverse coppie di regioni dove le scuole hanno aperto con una cadenza diversa e con una differenza temporale simile. “Nelle Marche le scuole sono state aperte il 14 settembre, in Abruzzo il 24. Ma in entrambe le regioni l’Rt ha iniziato ad aumentare nel periodo dal 25 settembre al 2 ottobre”, come se dieci giorni in più o in meno di contatti scolastici non avessero inciso in alcun modo. Lo stesso confronto è stato ripetuto altrove. In Sicilia e Calabria per esempio. La conclusione? La stessa: “Nessuna correlazione evidente fra apertura delle scuole e aumento dell’Rt”.

La lente dei ricercatori si è spostata quindi dentro agli istituti scolastici, incrociando dati che riguardano oltre 7,3 milioni di studenti delle scuole pubbliche, più di 775 mila insegnanti e 206 mila persone fra bidelli, tecnici e segretari. Ed ecco il nuovo interrogativo: qui dentro i contagi fra gli studenti, fra gli insegnanti, fra il personale non docente, sono stati di più rispetto al resto della popolazione? Anche su questo, la risposta degli scienziati è no. Il report sostiene che, anche durante il picco della seconda ondata, gli alunni sono risultati meno infetti rispetto al resto della popolazione in tutti quanti gli ordini di scuola.“Questo di fronte a un numero molto elevato di test che ha coinvolto le comunità scolastiche”, sottolinea Gandini. L’incidenza dei nuovi positivi “è stata mediamente inferiore del 39 per cento fra gli alunni di elementari e medie”. Più bassa del 9 per cento, sempre rispetto al resto della popolazione, prendendo in considerazione gli studenti delle superiori.  I tamponi sono risultati positivi in meno dell’1 per cento dei casi. E i focolai in classe hanno riguardato fra il 5 e il 7 per cento degli istituti scolastici. Fra gli insegnanti l’infezione è stata sicuramente più diffusa rispetto agli alunni. Ma in linea, sottolinea l’epidemiologa dell’Istituto oncologico milanese, quando si va a fare un confronto per età con il resto della popolazione e quindi con altre categorie professionali. “Le infezioni secondarie tra gli insegnanti sono risultate rare”. E quando il contagio c’è stato, i numeri sui tracciamenti esaminati dicono che il passaggio è stato molto più di frequente fra colleghi, non da studente a prof.  Un lavoro approfondito è stato fatto sui dati del Veneto: quando vengono tirate le fila, si dice che “I bambini e gli adolescenti non sono stati i primi driver della seconda ondata, che è stata invece associata a ad un precoce aumento dell’incidenza negli individui fra i 20 e i 50 anni”.

L’ultimo interrogativo, dunque: nel momento in cui le Regioni hanno deciso di chiudere le scuole, in toto come in Campania, o parzialmente come in Lombardia in zona rossa, cos’è successo? “È interessante notare che il calo Rt è iniziato prima della chiusura delle scuole superiori in entrambe le regioni”, scrivono.  E complessivamente l’analisi dei dati riportati nel lavoro fa concludere che “la chiusura delle scuole non ha avuto un impatto sulla velocità del declino dell’Rt che è proseguito con la stessa velocità”. Un risultato, scrivono, in linea con altri studi internazionali. “La relazione tra diffusione del Covid a scuola in presenza è un argomento complesso, che deve essere affrontato con rigore scientifico e senza pregiudizi”, commenta il biologo Luca Scorrano, che spiega così la genesi di questa ricerca. “Il nostro lavoro si aggiunge alle molteplici evidenze accumulate nel corso di quest’ultimo anno che nel loro complesso hanno scagionato la scuola in presenza”, dice la studiosa dello Ieo.

Le vere insidie, secondo gli autori, sono da un’altra parte: “La chiusura delle scuole ha conseguenze disastrose sull’attività motoria di bambini e adolescenti sull’interazione sociale, sul benessere psicologico, sui problemi psicopatologici, sul rischio di obesità, sulla dipendenza dallo schermo, sulla protezione da situazioni di abuso domestico, sulla performance di apprendimento”, sono le parole che chiudono la ricerca. E Gandini conclude: “Il rischio zero non esiste. Ma l’indagine rileva non solo solo che a  scuola ci si contagia meno ma che stare in classe permette di contenere l’epidemia perché in questo modo i ragazzi restano in luoghi maggiormente sicuri, controllati e anche testati. E se non li portiamo a scuola rischiano di cercare socialità altrove, in luoghi meno protetti e quindi più pericolosi proprio sul fronte dei contagi”.

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