Lo studio sul Covid, il virus toglie il respiro attaccando anche la testa

Non solo i polmoni, anche la testa. Un vero e proprio attacco combinato del virus che prende anche i centri nervosi che regolano il nostro respiro. È stato da poco pubblicato sul Journal of Neurology un nuovo studio portato avanti da un gruppo di ricercatori della Statale e dell’ospedale San Paolo sui pazienti da Covid più gravi che dimostra come le difficoltà respiratorie che possono essere fatali dipendano non solo da un’infezione a livello polmonare.

Il lavoro – coordinato dal dottor Tommaso Bocci e possibile grazie alla collaborazione di neurologi, rianimatori e patologi del centro di ricerca “Aldo Ravelli” – è stato condotto su 11 pazienti ricoverati in rianimazione e intubati. “In loro è stato valutato un riflesso molto antico, presente in tutti i mammiferi – spiega Alberto Priori, direttore della Clinica neurologica del polo universitario al San Paolo – che ha il suo circuito in una parte molto profonda dell’encefalo che si chiama tronco encefalico”. Una parte grande quanto l’ultima falange del pollice, spiega il neurologo, dove si trovano centri che controllano attività vitali come la pressione o quella respiratoria. Vicinissimi a quelli che controllano il gusto. “Il riflesso che abbiamo valutato si chiama di ammiccamento”. Lo conosciamo tutti, anche senza saperne il nome: è quello per cui se ci va un granello di sabbia vicino all’occhio o veniamo toccati da qualcosa sul sopracciglio di istinto lo chiudiamo per proteggerci.

Questo studio ha evidenziato che nei pazienti ricoverati in rianimazione, affetti da una forma molto grave di Covid, questo riflesso era molto alterato o del tutto assente. Significa che il virus è arrivato fin lì, in quei centri che regolano il nostro respiro, compromettendone le funzioni. “L’osservazione con metodiche neurofisiologiche – precisa Davide Chiumello, direttore della Rianimazione dell’ospedale – documenta e conferma l’ipotesi che l’alterazione respiratoria, pur essendo in gran parte determinata dalla polmonite, è amplificata da effetti della malattia sul tronco encefalico”.

Un risultato che non solo aggiunge un tassello importante nella comprensione dei meccanismi della malattia provocata dal Covid. Ma che secondo Priori mostra in maniera ancora più evidente come i danni polmonari siano sempre più da considerarsi come la punta di un iceberg. “Cosa c’è sotto il pelo dell’acqua lo stiamo scoprendo solo con il passare del tempo – spiega – questo è un dato sorprendente, nessuno pensava che il Covid potesse andare ad alterare delle strutture così antiche del nostro encefalo, guarda caso vicine a quelle che controllano il gusto”, la cui perdita è uno dei sintomi riportati da molti pazienti.

Danni che nelle fasi acute sembrano essere mascherati dal quadro polmonare e infettivo. “Gli effetti neurologici dell’infezione hanno un decorso diverso nel tempo, forse più prolungato, che stiamo iniziando a studiare proprio adesso”. È di poco tempo fa un altro lavoro portato avanti sempre dai ricercatori del dipartimento di Scienze della Salute della Statale al San Paolo e dall’Auxologico, che mostrato le eredità del Coronavirus sottoponendo test cognitivi a chi era stato ricoverato nei reparti Covid tra febbraio e aprile dello scorso anno. Persone fra i 22 e i 74 anni che non avevano nessun disturbo della memoria o dell’attenzione prima di ammalarsi o di finire in ospedale per colpa dell’infezione respiratoria. Il risultato? Il 60 per cento dei guariti dopo cinque mesi dalla dimissione ospedaliera aveva ancora un rallentamento mentale e ottundimento, il 20 per cento oggettive difficoltà di memoria. Uno strascico che ha colpito gli anziani come i giovani.

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