Covid, il paziente 1 Mattia Maestri un anno dopo: «Voglio solo vivere e dimenticare»

«Voglio solo dimenticare». A un anno dalle ore 20 del 20 febbraio 2020, il momento esatto in cui all’ospedale di Codognoarriva l’esito del tampone ed è positivo, Mattia Maestri lo ripete come un mantra: «Verso i dottori che mi hanno salvato ho un debito di riconoscenza enorme, ma io ora voglio solo dimenticare». Il 39enne accetta qualche giorno fa un collegamento su Zoom solo per discutere dell’idea di girare un video sul suo ultimo anno, nessuna intervista si raccomanda, presente anche Raffaele Bruno, l’infettivologo del San Matteo di Pavia che per lui ormai è un secondo padre (anche se il medico, 54 anni, preferisce considerarsi un fratello maggiore, per non rimarcare troppo la differenza d’età). La proposta sarà rifiutata.

«Tutti mi cercano — dice —. Mi offrono persino eventi a pagamento. Ma l’unico mio desiderio è tornare una volta per tutte alla mia vita normale». Proprio il bisogno di essere lontano dai riflettori lo spinge adesso, nelle ore di una ricorrenza maledettamente scolpita nel calendario della storia, ad allontanarsi per un po’ dall’abitazione di Codogno, a 10 minuti d’auto da Casalpusterlengo, dove lavora come ricercatore della multinazionale Unilever: «In questi giorni non sono a casa», sottolinea ieri nell’ultimo WhatsApp a cui risponde. Anche se in più di un’intervista nei mesi passati Mattia assicura che non gli dà fastidio essere definito come il «paziente 1», evidentemente a lungo andare questa etichetta gli sta pesando come un macigno: «Io sono la prima persona in Italia a cui il Covid è stato diagnosticato — dice —. Non il primo infetto». È un po’ come se volesse prevenire l’accusa insensata di qualcuno che lo può ingiustamente identificare come colpevole di chissà che cosa.

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L’ultima apparizione in pubblico la fa il 3 febbraio insieme con la moglie Valentina e la figlia Giulia di dieci mesi nel suo Comune, per la celebrazione del patrono cittadino san Biagio, occasione in cui tutti gli anni il sindaco Francesco Passerini consegna le benemerenze civiche. Stavolta la medaglia d’oro e la pergamena è dedicata «a tutta la comunità di Codogno per la resilienza individuale durante l’emergenza Covid-19». A ritirarle per tutti non può essere che lui, Mattia. Viene drammaticamente da sorridere oggi a ripensare a quell’infermiere dell’ospedale di Codogno che dice a Mattia per tranquillizzarlo in attesa dell’esito del tampone: «Il coronavirus Cudogn ensa’ nianche addu sta».

Poi ci sono l’intuizione della rianimatrice Annalisa Malara che gli fa il test al di fuori dei protocolli del ministero della Salute (che lo prevedono solo per chi è di rientro dalla Cina e i loro contatti), l’ambulanza che lo porta a Pavia nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, i successivi 18 giorni di rianimazione intubato e con la vita appesa a un filo, il trasferimento in reparto dove al di là di un vetro finalmente può rivedere la moglie incinta, l’uscita dall’ospedale il 21 marzo in tempo per la nascita della figlia Giulia. Nel corso dei mesi tutto quel che lo riguarda è oggetto di articoli e servizi tv per un semplice motivo, che gli spiega per la prima volta Roberto Rizzardi, il rianimatore del San Matteo ammalato di Covid, con cui Mattia condivide la stanza una volta uscito dalla Rianimazione: «Tutti hanno fatto il tifo per te, sei diventato un simbolo».

Maestri con la famiglia
Maestri con la famiglia

Ma ricordargli oggi, per l’ennesima volta, che è il simbolo di chi ce l’ha fatta non serve a smuoverlo dalla voglia di dimenticare. Nell’Italia di quei giorni, perfino i bollettini medici che riportano che le sue condizioni sono stazionarie fanno sperare che andrà tutto bene. Chissà se qualcuno ancora ci crede. «Vivo le cose della vita con un po’ più di distacco», confessa Mattia ad Annalisa Malara una delle ultime volte in cui i due si sono sentiti. Oggi Mattia è un sopravvissuto che desidera soprattutto dare serenità alla sua famiglia. Riflette la Malara, da qualche giorno anche lei assunta al San Matteo: «Ha ben chiaro quali siano i veri valori». Il ritorno alla vita ha il nome di Valentina e Giulia, ma allo stesso tempo non è facile superare la morte per Covid-19 del padre Moreno, scomparso proprio alla Festa del papà, lo scorso 19 marzo, dopo settimane in cui quattro componenti della famiglia Maestri, contando anche la piccola Giulia, si trovano in tre diversi ospedali della Lombardia. Un incubo che, come in ogni famiglia che in questo lungo anno piange morti o teme per la vita delle persone più care, Mattia vuole solo buttarsi alle spalle.

Certo, lui è nato per correre. Con il pallino per le maratone e la passione per il calcio a cui gioca con gli amici (e guarda in tv tifando Milan). Così, se esistesse una colonna sonora nella vita di ognuno di noi, la sua sarebbe Born to Run di Bruce Springsteen. È la convinzione di Bruno che, nel libro Un medico scritto con il giornalista di Sky Tg24 Fabio Vitale, racconta numerosi retroscena sulla ripresa di Mattia. Il 4 settembre il giovane torna a giocare su un campo di calcio in un triangolare tra la nazionale dei sindaci, politici della ex zona rossa e volontari della Protezione civile. «Oggi può fare tranquillamente sport», assicura Bruno. Di certo, Mattia avrà anche gustato il piatto di gnocchi con gorgonzola o la pizza con cipolla e salamino piccante tanto desiderati subito dopo essere uscito dalla terapia intensiva. Ma alla fine, oggi come allora, la sua lezione è racchiusa nel messaggio diffuso il 21 marzo all’uscita dall’ospedale: «Da questa mia esperienza le persone devono capire che la prevenzione è indispensabile per non diffondere il virus. Io voglio dimenticare questa brutta esperienza e tornare alla normalità». In fondo è quello che vogliamo tutti noi.

20 febbraio 2021 | 08:03

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