Soldi per la figlia malata: la mamma vittima degli usurai della ‘ndrangheta

Traffico di rifiuti, ma anche usura ed estorsioni. Senza alcuna pietà, persino nei confronti di una giovane mamma che si era rivolta a loro per ottenere un prestito per la figlia gravemente malata. Emergono nuovi particolari sul modus operandi in stile mafioso dell’organizzazione criminale sgominata dagli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Milano e della Mobile della Questura di Lecco (18 ordinanze di custodia cautelare, una ancora da eseguire con il braccio armato del clan, Paolo Valsecchi, 60 anni, di Calolziocorte, sfuggito alle manette). A tirare le fila, gestendo in prima persona tutti gli affari, il boss della ‘ndrangheta Cosimo Vallelonga, 72 anni, originario della provincia di Catanzaro, casa a La Valletta Brianza, dove dall’ufficio del negozio di arredamento di famiglia dava ordini e riceveva chi si affidava a lui per un prestito a tassi usurai.

Come la donna che disperata gli aveva chiesto aiuto per la figlia malata che aveva bisogno di un’operazione chirurgica e di cure mediche. I soldi, 22.500 euro, glieli aveva dati. Subito, senza alcuna garanzia, con una stretta di mano sulla fiducia. Solo che in due mesi il debito era raddoppiato arrivando a toccare i 50 mila euro, e i toni all’apparenza pacati dell’anziano boss (alle spalle due condanne e 16 anni trascorsi in carcere) avevano lasciato spazio a minacce sempre più pressanti. Gli uomini di Vallelonga l’avevano seguita fin sotto casa, terrorizzandola al punto tale da costringerla a offrirgli in cambio alcune opere d’arte. Con tutta probabilità le stesse tele ritrovate dagli agenti in un controsoffitto del negozio di arredamento brianzolo dove venivano prese tutte le decisioni.

Nulla in confronto a quanto accaduto all’uomo che, con la sua denuncia nel 2018, ha fatto scattare le indagini. Un consulente aziendale contattato da due intermediari di Vallelonga che gli avevano chiesto di portare a termine per loro un’operazione finanziaria da 500 mila euro. Avrebbe dovuto acquisire una società estera con sede a Praga. Per farlo si era appoggiato a un broker di Genova, che ricevuta la somma era però scomparso nel nulla insieme al denaro. Giustificazioni non contemplate dal boss che pretendeva la restituzione dei soldi sborsati per l’affare andato in fumo, diventati nel frattempo un milione di euro.

Vallelonga e Vincenzo Marchio, a sua volta finito in carcere martedì, lo avevano convocato in un capannone nella zona del meratese e qui gli avevano puntato una pistola alla tempia minacciando di chiuderlo nel baule della macchina e farlo sparire. «C’erano tre seggiole — racconta l’uomo agli inquirenti —. Mi hanno fatto sedere e poi Vallelonga si è fatto passare da Marchio una pistola semiautomatica nascosta sotto un muletto e avvolta in uno straccio. Me l’hanno puntata contro, prima alla tempia poi alla bocca. Volevano i soldi». Il successivo incontro un paio di mesi dopo nel negozio Arredomania. «Cosimo ha detto di avere pronta la borsa dei ferri e di non avere problemi a tirarla fuori». L’ultima data fissata per far fronte al debito a inizio febbraio 2018. Con l’acqua alla gola, terrorizzato e convinto che l’avrebbero ucciso, il consulente aziendale si presenta in Questura e vuota il sacco.

L’uso delle armi da fuoco appare più volte nelle intercettazioni, una pistola e una carabina sono state sequestrate durante le perquisizioni nell’abitazione calolziese di Valsecchi, uomo di fiducia e autista di Vallelonga, chiamato a riscuotere i debiti. In una telefonata quest’ultimo avrebbe raccontato di essere andato a Mantova e di aver sparato al piede di una persona che proprio non ne voleva sapere di restituire il dovuto. A terrorizzare le vittime erano anche le minacce di far arrivare qualcuno dal sud Italia per regolare i conti. «La cucina», come il boss chiamava il capitale prestano, doveva essere restituita, insieme ai «costi del bagno», gli interessi, che arrivavano a sfiorare interessi mensili del 18%.

11 febbraio 2021 | 07:33

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