Addio a Gino Masciarelli: «Ora salviamo dal degrado la sua scultura per Italia ‘90»

Quando faceva i vernissage, nel suo studio in via Solferino, a Milano, li chiamava «prosciuttate». Era così, tra due bottiglie di vino e un salume nostrano della sua terra, che Gino Masciarelli riceveva amici e artisti. Nato a Chieti il 1° maggio 1960 , mancato il 5 febbraio scorso Masciarelli era uomo dalle tradizioni semplici, con un carattere tanto forte e sincero quanto generoso, nello stile del suo Abruzzo. Doti che gli permettevano di intrattenersi, indifferentemente, con politici e Papi così come con il poveraccio di strada. Masciarelli, che amava Milano, è stato uno scultore e un pittore affermato a livello internazionale. Entrare nel suo atelier era come varcare una porta magica: sculture piccole e grandi riposte ovunque, materiali che sembravano animati e ferri del mestiere usati e consunti a completare la cornice. «Mi sono formato nella bottega di mio padre» raccontava sempre: «lì ho imparato ad usare il ferro e le mani. Sono l’ultimo degli artisti di Brera».

Nel 1961 Masciarelli si diploma all’Istituto di arte di Chieti e poi e negli anni ’80 vola a Toronto per approfondire le tecniche artistiche, quindi a Berlino, nelle prestigiose fonderie Noack, dove perfeziona le sue doti. Poi è un susseguirsi di premiazioni e di incarichi speciali. Tanti i riconoscimenti come a Ginevra con le sue sculture adottate per le celebrazioni del sessantesimo anniversario delle Nazioni Unite. Tante le foto che lo ritraggono con personalità di tutto il mondo: a lui piaceva particolarmente mostrare quella con Giovanni Paolo II, nel momento della consegna di una preziosa opera forgiata per l’occasione. E poi le sue creazioni dai tratti leggeri, essenziali, come la purezza e la plasticità di un gesto atletico che sono diventate un simbolo dello sport: dal Golden Skate Awards per il pattinaggio su ghiaccio, alla scultura realizzata per gli Europei di basket 2007 a quella per celebrare il Giro d’Italia del 2008.

Le sue produzioni sono presenti ovunque, testimoni dell’arte e della storia: una sua opera è stata inghiottita nel drammatico crollo delle Torri Gemelle nel 2001 a New York. Milano lo ricorda in particolare per il «gigante» d’acciaio, la statua alta sei metri realizzata per i Campionati del Mondo di Italia ’90 intitolata «Omaggio al Calciatore» che svettava nel perimetro dello stadio Meazza. Era lì, il colosso, a rappresentare, nel mondo, il nostro sport nazionale. Ma questa scultura ha avuto una fine infausta. Da anni giace abbandonata in un parcheggio dell’ippodromo, bersaglio di vandalismi, delle intemperie e di tanta incuria.

Non se ne dava pace Masciarelli, che aveva fatto ogni interpellanza possibile: al Comune, al sindaco, ai politici. Portava affranto la notizia ai giornali: «Aiutatemi a non farla marcire in mezzo all’immondizia, è già sfregiata e piena di buchi. È un’ opera che merita rispetto», esclamava. Nulla però è stato fatto: la statua è ancora abbandonata nella più completa e disarmante incuria, come un ferro senza alcun valore. Il percorso che l’ha ridotta in questa situazione non è mai stato chiaro. Raccontava lo stesso artista che, con le opere edili iniziate nel 2007 per la risistemazione dello stadio, la messa in sicurezza e l’installazione dei tornelli, non c’era più spazio per questa gigantesca scultura. «Sono davvero sconfortato — andava sempre ripetendo Masciarelli—: quella statua è il simbolo di tutti i calciatori del mondo ma dentro ha l’impronta dell’arte italiana». «Ora che mio padre non c’è più — afferma addolorato il figlio Omar — vorrei che le autorità cittadine lo commemorassero con un atto di buona volontà: valorizzare quell’opera che , attraverso un adeguato progetto di recupero, sarebbe un giusto riconoscimento e un bel modo per dargli l’ultimo saluto».

8 febbraio 2021 | 21:04

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