Coronavirus, il primo giorno di visite dei parenti agli ospiti del Trivulzio: “Mia mamma è una roccia, mi chiederà cosa faccio qui”

“Ma la stanza degli abbracci dov’è?”. Non c’è. Chi glielo spiega a Caterina Sivieri, che rivede la madre 94enne Amalia dopo due mesi e mezzo e non si sa più quante videotelefonate mediate dalla gentilezza delle infermiere. “Porto i cioccolatini anche a loro, ce ne sono tre che sono fantastiche”. Ma guardi che non si possono portare. Cioccolatini, caramelle, fiori: niente doni. “Li lascio in portineria, ci penseranno loro”, dice Caterina, 61 anni, sporta nera con la scritta ‘I love London’ e un cuore. “Vero Maddalena?” (una delle infermiere, monterà il turno tra pochi minuti, ndr).Primo giorno di visite, dopo quasi due mesi, al Pio Albergo Trivulzio, 253 anni di storia e il peso delle ombre giudiziarie legate alla gestione della prima ondata dell’epidemia. I primi familiari degli ‘ospiti’ – che è sempre più umano di ‘degenti’ – arrivano alle 8. Si sottopongono alla trafila dei rigidi controlli decisi dai vertici del Pat: tampone antigenico rapido, vestizione, ingressi a percorso, e infine l’agognato incontro con il loro caro che non vedono da almeno sessanta giorni. Massimo venti minuti, in totale sicurezza.

“La mamma è una roccia. È qui al Bezzi (una delle 3 Rsa del Pat) da maggio 2019. Prima era in camera con un’altra signora morta di Covid – racconta Caterina Sivieri – . Spero non mi dica ‘ue’, che cosa sei venuta a fare?’… lei è così”. Le piacerebbe poterla abbracciare, sì. Non soltanto a lei. “Non capisco perché qui non abbiano pensato a creare la stanza degli abbracci – dice Laura Aspromonte, associazione Felicita per i diritti dei parenti dei pazienti delle Rsa – . In Veneto e in Emilia Romagna le hanno fatte, e con successo. Anche a Lecco, unico caso lombardo. Che ci vorrebbe, oltre alla buona volontà?”. Mentre figli e fratelli e sorelle si infilano nell’ingresso che nei mesi scorsi vedeva telecamere e cronisti a caccia di notizie sull’inchiesta aperta dalla procura per l’ondata di morti e contagi, mentre nelle due palestre e nei due saloni attrezzati come spazi incontri tra familiari e ospiti, risponde Barbara Caimi, primario cardiologa e responsabile della territorialità: “Abbiamo deciso di non farla. Abbracciarsi bardati e avvolti nella plastica non sempre trasmette più affetto che guardarsi negli occhi, anzi” . L’esempio che la dottoressa per pudore non osa fare è quello dell’amore fatto con il profilattico. “Non è la stessa cosa. C’è la sicurezza, certo. Ma la sicurezza noi la garantiamo a prescindere, e la scelta collegiale, presa con il dottor Pregliasco, è quella di permettere ai parenti di incontrare i familiari ma senza toccarsi”.

Cinque postazioni. Cinque ‘box’, come li chiamano i sanitari. Gli incontri riattivati dopo il fermo (causa picco contagi) funziona così: “I parenti vengono accolti all’ex centro diurno: tampone rapido, 15 minuti di attesa nel box, se negativi – dopo la vestizione – li accompagniamo negli spazi incontro”. Alle nove fa freddo sotto le due volte da cui si accede al Pat. A destra c’è l’Odontoiatria infantile, un lenzuolo con la vecchia scritta sgualcita “andrà tutto bene”. A sinistra, protetto dal filtro degli addetti, l’atrio dove possono entrare massimo due persone per volta – sedute – e una in piedi. “Mia madre ultaottantenne è qui da 3 anni – dice Giulia Marche – . Io sono in attesa di chiamata”. Come? “La prassi è che chiamano loro per concordare la visita. Due visite da adesso al 10 gennaio. Sono in contatto con una quindicina di parenti. Finora non è stato chiamato nessuno di noi”.

Anzianità, fragilità, compleanni: sono, nell’ordine, i tre criteri con cui viene data priorità alle visite. “Ma il problema è proprio legato alle varie aperture. Al momento la situazione è a macchia di leopardo. Qualche Rsa ha aperto, altre no”. Ambiguità burocratiche. C’è una circolare ministeriale sulla necessità di riaprire le Rsa alle visite dei parenti purché in assoluta sicurezza. Ma in Lombardia, in assenza di una normativa, e dopo il tragico bilancio della prima ondata della pandemia, di fatto la decisione viene lasciata alla volontà e all’iniziativa di ogni struttura. “Questo genera confusione – fa notare ancora Giulia Marche – . A ogni modo spero di poter vedere mia mamma. Nella palazzina dove è ricoverata lei sono in 60. Il Covid se ne è portati via 30”.

A fine giornata sono una ventina i parenti che si sono presentati per le prime visite. C’è qualcuno, sicuramente, che non vuole giocarsi subito la prima visita, tenendola magari per i giorni delle festività. Altri, al contrario, hanno accettato di buon grado di poter vedere il loro caro, temendo l’ipotesi di eventuali nuove restrizioni e chiusure dovute all’andamento dei contagi. “L’aspetto psicologico fa moltissimo – dice Marche – . Gli anziani si sentono spaesati, quando dopo tanti giorni vedono che non vai a trovarli ti dicono ‘non mi vuoi più bene’. È difficile da spiegare a loro che c’è una pandemia in corso, non se ne rendono conto”. Al Pat è ormai sera. Dei 1.000 posti letti disponibili, quelli occupati sono 500. Perché il Covid ha imposto una ridistribuzione degli spazi: le stanze dove prima c’erano due ospiti, adesso ne accolgono uno. Chiosa la dottoressa Caimi: “Se dopo Natale riusciamo a aumentare il numero delle visite siamo solo felici”.

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