Coronavirus Lombardia, rispetto a marzo «meno vittime e casi gravi»: le due ondate a confronto

Fare il confronto sui contagi non ha senso. Semplice: non si può paragonare un indicatore che oggi viene misurato, mentre prima di fatto no (al momento dell’esplosione dell’epidemia si facevano pochissimi tamponi, e solo a chi aveva sintomi molto gravi). Oggi in Lombardia si fanno quotidianamente oltre 30 mila tamponi e si scoprono 7/8 mila nuovi «positivi» ogni 24 ore. Basti pensare che l’8 marzo scorso, giorno di inizio del lockdown, in tutta la Regione si contavano appena 4.200 «positivi», ma il coronavirus era già la causa di 2.217 ricoveri, 399 assistiti in terapia intensiva e 267 decessi. Era l’ondata devastante, perché per settimane il Covid-19 s’era diffuso liberamente senza che nessuno se ne accorgesse. Dato che il lockdown e l’estate hanno però abbattuto circolazione e conseguenze del virus, è necessario fare un confronto tra la prima e la seconda ondata. Obiettivo: comprendere con quale violenza il secondo tempo dell’epidemia stia tornando ad abbattersi sulla Lombardia.

Si parte da un dato: nei primi 35 giorni per i quali esistono dati consolidati, dunque dal 24 febbraio al 29 marzo, il Covid in tutta la Regione ha provocato 6.360 morti. In questa seconda ondata, sempre in 35 giorni, tra il primo novembre e ieri, i decessi sono stati 893. Un sesto rispetto allo stesso periodo di febbraio/marzo. Dunque, la domanda è: a che punto è la seconda ondata? Sarà più o meno drammatica della prima?

Il confronto sui dati elaborati dal Corriere sembra indicare che per varie ragioni (uso della mascherina e distanziamento, migliori cure, superiore capacità di assistenza per i pazienti più gravi) fino a questo momento il coronavirus abbia effetti meno devastanti rispetto allo scorso marzo. Un’ipotesi che si può riscontrare anche per altri due indicatori chiave. Dal 24 febbraio al 29 marzo, i ricoveri erano passati da 77 a 11.613, con una progressione mastodontica fermata solo dai benefici del lockdown dell’8 marzo. In questa seconda fase, sempre su 35 giorni, i ricoveri sono passati da 333 a 5.018: meno della metà di quelli della prima ondata. «Da inizio a fine marzo in Lombardia — riflette Carlo La Vecchia, epidemiologo della “Statale” — siamo passati da circa zero a 400 decessi al giorno, che in realtà erano probabilmente 800-1000, perché a fine marzo si sotto-registrava. Da inizio a fine ottobre siamo passati da circa zero a circa 50 decessi al giorno, la differenza è molto ampia».

Un discorso analogo vale per i ricoveri più gravi, quelli in terapia intensiva, che in 35 giorni tra febbraio e marzo arrivarono a 1.328; mentre nello stesso periodo di questa seconda fase, a ieri, in tutta la Regione erano 507. «È vero che i ricoveri sono aumentati in ottobre di circa un terzo rispetto a marzo — continua il docente — ma i pazienti sono diversi. Finché c’è posto, si ricoverano pazienti meno gravi, e la sopravvivenza nelle terapie intensive è ora oltre l’80 per cento, rispetto al 60 per cento di marzo. Questo anche per il lavoro e l’impegno inestimabili del nostro personale sanitario. I ricoveri sono ora quasi tutti (90 per cento) da codici verdi, quindi non confrontabili a quelli di marzo. D’altra parte è comprensibile che un paziente con Covid moderato ora cerchi in ospedale assistenza medica che non trova altrove».

Le ultime proiezioni per la Lombardia ipotizzavano che le terapie intensive arrivassero oltre le 8/900 per metà novembre, ed è dunque questo rischio di pressione ingestibile sul sistema sanitario che ha spinto le istituzioni a nuove restrizioni. I nodi, in questo momento, secondo il professor La Vecchia, sono dunque questi: «I pronto soccorso sono intasati da pazienti Covid moderati, che poi riempiono i reparti ospedalieri, mentre quei pazienti andrebbero seguiti in infermerie a media intensità di cura se non si aggravano. C’è un eccesso di mortalità di circa il dieci per cento, non di oltre il 100 per cento di fine marzo. Il Covid è ora molto diffuso: col 20 per cento dei tamponi positivi, si può stimare un cinque per cento della popolazione. Questa è una cattiva notizia, ma indica anche che la maggior parte della patologia non è grave, e che il gran numero di soggetti contagiati porterà a un livellamento dell’epidemia, che si intravede».

C’è però una possibilità negativa per interpretare i dati del confronto tra prima e seconda ondata: «E cioè che ottobre — riflette l’epidemiologo — sia “il febbraio” che non abbiamo visto perché non si facevano i tamponi, e che ora arrivi “il marzo”. È improbabile, ma non impossibile».

5 novembre 2020 | 06:55

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