Il rapper Izi: “Traslocando alla Bovisa sto migliorando me stesso”

Parla dalla sua casa in Bovisa, ma è come se trasmettesse da un altro pianeta, tanto è lontano dalla banalità di molte delle voci e della musica che girano oggi nelle cuffiette dei ragazzi. Rap, s’intende, che con Izi ha sempre quella spinta da eterno flusso di coscienza, cronaca e analisi del sé che sa anche stordire, divertire, pensare. Anche mentre racconta di Milano e di Riot: un disco di svolta per Izi (vero nome Diego Germini) uno che, come dice lui stesso, a 25 anni ha “vissuto molte vite”, tra il diabete, la fuga da casa a 17 anni, il coma e “un po’ di situazioni” che oggi lo portano lontano da Cogoleto (Genova) ma vicino alla sua personale rivolta.Che passa anche dalla Bovisa?
“Ci sono arrivato un anno e mezzo fa. Ho vissuto una vita a tratti molto dura e questa è la prima vera casa in cui mi trovo a vivere, ad avere un tetto sopra la testa e a lavorare in una certa maniera. Ora ho un piccolo studio in casa e lì sto sempre. Lavorare a un disco in giro, da vagabondo, probabilmente aggiunge emotività al tutto, ma io ora voglio essere un musicista, imparare”.

La zona è da un po’ luogo di incontri per molti di voi della scena. Si condividono, spazi, case, idee. Ci vivono o ci hanno vissuto in tanti, da Achille Lauro a Quentin40…
“Tanti artisti girano qui, anche con il mio team siamo tutti vicini ed è bello che ogni giorno qualcuno passi in studio. Trasferirmi è stato doloroso, ma l’ho dovuto fare per risolvere certi problemi. Anche se a volte, quanto a certe modalità di relazione tra le persone, mi sento come un topino di campagna che si ritrova nella metropoli. Ma la Bovisa…”.

La Bovisa?
“Mi piace viverla, quando esco. Andare al mercato, vedere la verità, fare esperienza umana. Vorrei averla girata di più, ma su questo ha pesato anche il mio non stare bene fisicamente. Da artista voglio essere più la voce del proletariato che altro, sto dalla parte del popolo e mi spaventa tutta questa globalizzazione a caso. Credo che le radici debbano rimanere salde”.

Le sue sono a Cogoleto, come sottolinea nel video di “Pusher”.
“Non riesco a staccarmene. Come De André aveva l’esigenza di scrivere a Boccadasse o in Sardegna, io ho bisogno di certi ambienti che qui mi mancano, quel promontorio, quel tramonto”.

Perché “Riot”, rivolta?
“Riot non evoca certo la violenza, l’andare a spaccare le vetrine in centro. È piuttosto l’urlo di chi sente un peso che non è solo il suo. Da tempo mi sento intrappolato dentro certi automatismi della società, nella sua non trasparenza e superficialità. E io cerco di osservare l’essere umano, e quindi me stesso. Riot è una raccolta di colori e pensieri, alcuni più leggeri altri più concettuali. Mi sono voluto divertire di più. La gente mi conosce tanto per la parte depressa, ma voglio che si senta anche altro, come in una rivolta personale”.

In “Al Pacino” intona “Fischia il vento”, il canto partigiano.
“È un motivo a cui sono legatissimo, da piccolo mi ci addormentavo con quel canto. Mi ha sempre rotto il cuore a metà ogni volta che sentivo quelle parole: “Scarpe rotte, eppur bisogna andar” mi ha sempre quasi dato la forza di andare avanti”.

Cos’è il rap per lei?
“È una cura, sul serio. Sembra assurdo, ma quando rappo bene si abbassano i valori della glicemia. Col diabete e alcune situazioni estreme della mia vita, il coma, la pancreatite, ho provato che il corpo è un contenitore e le esperienze che possiamo sentire sono tantissime. Quando scrivo è come se mi spegnessi, ma nel frattempo so dove sono mentre la penna va da sé”.

Quanto si sente lontano dall’Izi degli inizi?
“Energeticamente sono stanco, non brillante come allora. E questa è la mia sfida personale e oggi lavoro per tornare a essere il “bambino magico” che so di essere. Mi sento più vicino non tanto all’Izi di Chic, il mio primo disco ufficiale, quanto ai miei primi tre mixtape. In Riot ci ritrovo la stessa poliedricità e pazzia di quando non avevo niente da perdere”.
 

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