Covid a Milano, Pesenti: «I ricoveri aumentano un po’ più lentamente. Ma il primo problema resta trovare letti»

Là fuori, come dice lui, si alza il dibattito politico. Si parla di strette. Di lockdown mirati. Dell’ipotesi di confinare Milano per permettere alla metropoli di allentare la catena del contagio. Antonio Pesenti, direttore del dipartimento delle Rianimazioni del Policlinico e coordinatore delle terapie intensive nell’Unità di crisi della Regione Lombardia, ha altri pensieri. Trovare letti e garantire cure a chi arriva in ospedale.

È stato tra i primi a lanciare l’allarme dell’onda su Milano. A che punto siamo?
«La velocità dell’attacco è un po’ meno sconvolgente. La crescita dei ricoveri è più lineare, meno esponenziale di prima».

Si è detto dei rischi per una metropoli con questa densità abitativa…
«I numeri di qualche giorno fa e soprattutto la loro proiezione facevano paura. Raddoppiava il numero dei ricoveri ogni settimana, a volte già ogni 5 giorni. Ora raddoppia più lentamente, ma il lavoro è sempre talmente tanto che non c’è tempo di star dietro alle statistiche».

Sono state varate misure nazionali e altre più stringenti a livello regionale…
«Gli effetti li vedremo nell’arco di quindici giorni. Per ora la curva va sempre su, diciamo che è un po’ meno verticale. Facendo gli scongiuri speriamo che abbia raggiunto un’accelerazione stabile».

Milano ha bisogno di un lockdown?
«Difficile pensare se serva o no. Di certo è la misura più brutale e più semplice perché è la più diretta e trasversale. L’inversione del trend dell’Rt milanese degli ultimi giorni dimostra che chiudere aiuta e può dare frutti».

Come si schiera nel dibattito sulle scuole?
«Le scuole rappresentano tanto per il Paese. Chiuderle avrebbe riflessi pesanti, anche perché i numeri dicono che il rischio di contagiarsi in classe non è paragonabile ad altre situazioni. Comprese quelle che si potevano evitare quest’estate».

Cosa la preoccupa di più oggi?
«Abbiamo difficoltà a reperire letti in rianimazione. Ma con una differenza sostanziale con la primavera. Stavolta ci sarebbero. Si aprono dieci letti alla volta, ma ne servono di più. Oggi abbiamo occupato meno di un quarto della possibilità delle terapie intensive. Dicono che hanno sbloccato letti, ma sembra che questa volontà in molti casi resti nella penna. Bisogna fare in fretta».

Si cerca di garantire l’equilibrio per non rinunciare alle cure no Covid: la convivenza dei due binari non era la sfida per questa seconda ondata?
«Serve riconvertire letti e pazienza se l’equilibrio è diverso da quello sperato. Significa che chi aveva fatto questi piani pensava a un’ondata di diversa velocità. La pandemia ha altre regole. Nei reparti ci si ingegna, ma non lo si può fare per sempre».

Dei 150 posti dell’ospedale alla Fiera ne sono stati usati solo un decimo, come mai?
«Un hub nuovo non significa che sia lì con le lenzuola belle e stirate».

Che idea si è fatto dell’andamento dei contagi?
«Credo dipenda non solo dal numero dei tamponi, ma a chi vengono fatti. Ma è un dato che a me dice poco, dovendo pensare all’andamento dei ricoveri».

I pronto soccorso sono sempre in sofferenza?
«Il problema è l’attesa che alcuni pazienti fanno per avere un letto. È vero che un 30-40 per cento di chi arriva poi viene dimesso subito, ma resta il problema di chi viene ricoverato».

È d’accordo con chi dice che i malati vengono curati meglio?
«Non proprio, perché la malattia è la stessa e non vedo in giro farmaci nuovi. Forse oggi li curiamo prima nel senso che a marzo a molti veniva detto di non andare neanche in ospedale e quando ci arrivavano era tardi».

1 novembre 2020 | 07:07

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