Johnny Dorelli: “Quello schiaffo mi cambiò la vita”

Buon gusto, modestia, eleganza, garbo sono pregi o difetti? Il dubbio è forte, specie in periodi di egolatria dilagante. Per questo forse si pensava che uno con le caratteristiche di cui sopra non avrebbe scritto mai la propria autobiografia, quasi per non disturbare. Invece Johnny Dorelli l’ha fatto, e per fortuna: il cantante, showman, presentatore che tutti abbiamo negli occhi e negli orecchi, per una Canzonissima, una canzone (L’immensità, Carissimo Pinocchio, ma anche Nel blu dipinto di blu, di cui era co-interprete con Modugno), un film (dalla pochade di Sesso e volentieri al dramma di Pane e cioccolata), uno sceneggiato (Cuore, State buoni se potete), per un musical (e qui basta dire Aggiungi un posto a tavola, dal titolo molto pre-Covid) ha avuto una vita intensa e ricca, iniziata nel 1937 a Milano. “Anche se io sono di Meda e ne sono orgoglioso”.Come mai questo libro?
“Ho iniziato a pensarci compiendo gli 80 anni, volevo farmi conoscere meglio in famiglia diciamo. Forse avrei potuto scrivere anche molto di più, ma temevo di annoiare”.

Ecco, Johnny lo schivo. All’anagrafe Giorgio Guidi.
“Mio padre Aurelio era cantante, nome d’arte Nino D’Aurelio, uno con la voce tenorile e brani come La sagra di Giarabub, Soli tra la gente. La guerra fu dura per me bambino, me la ricordo benissimo, figuriamoci per lui, che per cercare fortuna portò la famiglia a New York nel 1948. Quando iniziai a cantare Johnny venne facile, D’Aurelio gli americani non sapevano pronunciarlo e lo trasformai in Dorelli”.

Com’era la New York di allora?
“Un posto incredibile, specie per un bambino cresciuto a Meda. C’era di tutto, ad esempio le banane: io mangiavo quasi solo quelle, perché costavano poco e a Meda ne arrivavano due alla settimana. Entrai nel mondo della musica tramite mio padre e il tenore Giuseppe Di Stefano, grazie a cui riuscii ad avere un autografo di Horowitz: il pianista mi fece entrare in casa, era in vestaglia, e mentre firmava vidi nel letto sfatto un altro uomo”.

Chi ha visto dal vivo?
“Louis Armstrong, Nat King Cole, Sinatra e Oscar Peterson, che mi colpiì più di tutti: al piano partiva con un Do e riusciva di colpo ad arrivare a quello un’ottava sopra. Forse il gusto musicale mi è venuto da lì”.

In Italia diventò un crooner che ancora giovane vinse due Sanremo con Modugno, “Nel blu dipinto di blu” nel 1958 e “Piove” nel 1959.
“Il primo palco del festival mi diede il panico. Non volevo uscire. Mimmo mi tirò un ceffone buttandomi in scena e mi sciolsi. A Meda fecero festa in piazza, 3 mila persone. Le stesse che una settimana dopo ci tornarono per i funerali di mio padre, morto per l’emozione della mia vittoria. Un dramma che mi ha segnato. Ma la mia vita non è stata facile”.

Cioè?
“Ho avuto vari problemi di salute, fin dalla nascita quando la levatrice spezzò l’ago della siringa nel mio sederino. Ne ho passate tante di brutte, ma sono qua”.

E ne ha fatte tante di belle, però. Di cosa va più fiero?
“Forse degli sceneggiati tv, come si chiamava allora la fiction. In Cuore ero il maestro che aveva come alunno Enrico Bottini, interpretato da Carlo Calenda, già monello allora, ma assai simpatico. E La coscienza di Zeno, dal romanzo di Svevo diretto da Bruno Bolchi, fu un piacere anche girarlo”.

Film?
“Anche lì sono abbastanza contento, forse ne ho fatti troppi, ma a volte ci si fa prendere la mano. Bello e poco ricordato è Il mostro, fine anni ’70, di Luigi Zampa, persona straordinaria, colta, simpatica. Quando avevamo un pranzo di lavoro arrivavo un’ora prima solo per la gioia di parlarci”.

Che effetto le fa rivedersi in tv?
“Mi rivedo sulla Rai. Ho lavorato anche per Canale 5, ma lì il contratto aveva una clausola: la trasmissione poteva essere mandata in onda una sola volta. Se volessero fare repliche dovrebbero chiamarmi. E non mi chiamano. Quando invece sono su Techetecheté o trasmissioni simili mi diverto, mi sembra di aver fatto qualcosa di buono”.

E della vita che bilancio fa?
“Non potevo aver di meglio. Tre figli belli e bravi, una moglie, Gloria Guida, con cui sono sposato da 41 anni, un amore eterno. Poi ho sbagliato anche io tante cose”.

Tipo?
“Qualche film appunto. O un certo tipo di vita sregolata. Ma ero giovane, facevo avanspettacolo. Ero in compagnia coi tre fratelli Maggio. Il quarto, Enzo, non era bravo, quindi era confinato in camerino. E si sfogava tirando cinghiate all’aria, ma ogni tanto colpiva pure me”.

Non vorrebbe tornare sulle scene? Uno come lei manca, forse.
“Un po’ di voglia c’è. E aspetto proposte. Al cinema forse la parte dell’anziano non è più molto usata. In teatro idem. Ma anche per la tv sarei pronto a firmare. Beh, vedendo prima cosa mi propongono, ovviamente”.

Milano cos’è stata per lei?
“Un posto dove ero molto felice e lavoravo tanto. E poi vicino a Meda”.

Torna mai in paese?
“Finché si poteva sì, anche perché c’è la tomba dei miei, ho ancora amici che vedevo al bar allora. Diciamo che aspetto tempi migliori. Come tutti, del resto”.
 

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