Coronavirus Lombardia, caccia a medici e infermieri: «Trasferimenti e riorganizzazioni». Picco di vittime

C’è un’emergenza nell’emergenza, che ha radici storiche ma che l’attualità rende più evidente. I pronto soccorso sfiorano il collasso, i reparti si riempiono, i dati delle terapie intensive salgono. Si corre ai ripari per creare nuovi posti letto Covid sospendendo gli interventi non urgenti, ma questo non può sopperire alla carenza di medici e infermieri negli ospedali. In questo quadro, come si fa a riattivare la struttura temporanea in Fiera Milano?

I posti letto al Portello

La delibera regionale prevede il rapporto di un medico e tre infermieri per ciascun posto letto di cure intensive attivato nell’ospedale, costruito in tempi record la scorsa primavera. Considerando che allo stato attuale verranno attivati i primi 153 letti (suddivisi in 4 moduli da 14 posti, 3 da 16 e 7 da 7), servirà una disponibilità di 153 medici «intensivisti esperti» e 459 infermieri. Personale che verrà fornito dai 18 ospedali «Covid hub» della Lombardia: ogni hub adotterà uno o più moduli. Il primo, quello che ospita i pazienti già trasferiti, è in mano al Policlinico, tra lunedì e martedì in base alle esigenze si aggiungerà il modulo gestito dal Niguarda e così via.

La Regione assicura che «le disponibilità sono garantite: ogni hub ha dato disponibilità a gestire il personale necessario». Come? «Riorganizzazione interna, anche grazie alla sospensione delle attività non urgenti». Ma i conti non tornano, denunciano opposizioni e sindacati. «Sono cure intensive quelle in Fiera: se chiudo le altre chirurgie negli hub, non recupero anestesisti e rianimatori — commenta la consigliera dem Carmela Rozza — . La Regione, per giustificare l’errore fatto in Fiera, riduce la presenza dell’assistenza specialistica negli hub, dunque la sicurezza assistenziale». Tanto più necessaria, visto il balzo di pazienti gravi che arrivano in ospedale: ieri i decessi Covid sono stati 51, occorre tornare indietro a maggio per averne tanti. In aumento stabile i nuovi positivi (4.956, il 15% dei 32.749 tamponi analizzati), 29 i nuovi ricoveri in terapia intensiva e 141 negli altri reparti. «L’apertura di questi moduli comporterà il trasferimento di molti addetti, indebolendo le strutture ospedaliere già provate dalla pandemia», notano Cgil, Cisl e Uil.

La carenza di medici

A monte, rimane la questione del personale sanitario carente nelle strutture. Con la crisi Covid, tutte le aziende ospedaliere hanno potenziato il proprio personale. Ogni ospedale ha il suo bando con cui da marzo, senza interruzione, recluta personale, «ma non abbastanza», dice il segretario generale di Anaao-Assomed Lombardia Stefano Magnone. Il motivo? «Non si trovano gli specialisti che servono (anestesisti e rianimatori, pneumologi, infettivologi e urgentisti) né si riesce a mettere facilmente a contratto gli specializzandi».

Proviamo a fare chiarezza. In Lombardia il sindacato dei medici stima che entro il 2025 mancheranno 1800 specialisti (una cifra che non potrà che crescere ora, col blocco del concorso nazionale). Alla base del problema c’è un numero di borse di specialità troppo basso rispetto ai laureati e, soprattutto, ai fabbisogni degli ospedali. «Per sopperire a tale mancanza — spiega Magnone — si è consentito di poter assumere gli specializzandi agli ultimi anni già inseriti in graduatoria negli ospedali lombardi con contratti a tempo parziale». A febbraio la Regione ha siglato un accordo con le università, «ma, nonostante ciò, molte facoltà fanno resistenza, per tenere i propri specializzandi negli ospedali universitari».

Gli infermieri in corsia

Stesso discorso per gli infermieri: oggi le aziende non hanno personale a cui attingere. La carenza di 53mila infermieri a livello nazionale deriva da concorsi bloccati per anni, graduatorie fittizie con stessi nominativi inseriti più volte, mancata progettualità del numero di accessi in università e dal modo in cui viene calcolato il fabbisogno delle aziende ogni triennio. «La letteratura scientifica internazionale dichiara che il rapporto numerico di base per ridurre mortalità ed eventi avversi dovrebbe essere di 1 infermiere ogni 6 pazienti. Oggi nei reparti di medicina di base siamo 1 ogni 12, in alcuni casi 1 ogni 15», dice Mimma Sternativo, segretaria generale Fials Milano Area Metropolitana. «Per motivi di costi, infatti, si fa ancora riferimento a una legge degli anni 80 in cui si parla di minutaggio assistenziale. Oggi che la tipologia dei pazienti è cambiata, questo non garantisce una corretta qualità assistenziale». A novembre usciranno le graduatorie per le assunzioni a tempo determinato, «ma i neoassunti vanno formati: non possono andare subito dove adesso più servirebbero, in rianimazione e nei pronto soccorso».

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25 ottobre 2020 | 07:30

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