Coronavirus, Teatro alla Scala: «In forse la Prima». Meyer: troppe incertezze

La conferenza stampa della stagione della Scala non c’è stata. Due ore prima dello scoccare dell’incontro rituale, l’avviso che tutto salta, tutto rinviato sine die. Perché al momento nessuno sa cosa accadrà domani e tanto meno il 7 dicembre, apertura di stagione con una Lucia di Lammermoor quanto mai in forse.

Che la situazione stesse precipitando era nell’aria, ma nonostante l’aumento dei casi di persone colpite dal virus il teatro aveva deciso di tener fede all’appuntamento e annunciare il nuovo calendario, prudentemente a corto raggio, da dicembre a marzo 2021. Ma poi, il picco dei dati ha incrinato anche le migliori intenzioni. E così, per la prima volta nella storia della Scala, la conferenza stampa è stata annullata.

«Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un aumento drammatico dei contagi cui fanno riscontro nuove normative in evoluzione costante — spiega il sovrintendente Dominique Meyer —. In questa condizione di incertezza non ci è sembrato serio presentare una stagione che non avremmo avuto la certezza di realizzare, anche se eravamo soddisfatti del nostro programma e convinti, dopo averlo dovuto modificare ben dodici volte, di aver trovato una formula sostenibile. È stata una scelta dolorosa, sia perché il pubblico in queste settimane ha mostrato un grande desiderio di essere in teatro, sia per gli artisti che vivono in un periodo di grave incertezza. Ma ci è sembrata l’unica scelta realistica e rispettosa degli artisti stessi, dei lavoratori scaligeri e del pubblico».

Cosa accadrà ora? La deroga della Regione, che consentiva di allargare la platea dai 200 spettatori del Decreto Ministeriale a 700 effettivi, è scaduta il 15 ottobre ed è stata rinnovata solo per tre giorni in attesa delle nuove normative. Fino a lunedì quindi la Scala terrà le luci accese: stasera per l’ultima replica della Terza di Mahler diretta da Zubin Metha, domenica per un concerto di Milano Musica, lunedì per l’ultima Aida con Riccardo Chailly sul podio.

Poi chissà. La settimana prossima dovrebbe essere quella delle grandi voci, il 20 Marina Rebeka, il 21 Anna Netrebko, il 22 Jonas Kaufmann. A fine mese è previsto il balletto Giselle, a novembre la Bohéme di Zeffirelli, poi i recital canori di Sabine Devieilhe, una Netrebko bis, Placido Domingo. Il 5 dicembre, attesissimo, Daniel Barenboim al pianoforte. Ma il clou naturalmente è il 7, Sant’Ambrogio con Lucia di Lammermoor, direttore Chailly, regista Yannis Kokkos, protagonisti Lisette Oropesa e Juan Diego Flórez. Evento sommo al quale le maestranze dell’Ansaldo hanno già quasi completato le scene, mentre il 5 novembre dovrebbero iniziare le prove con gli artisti. Ma il condizionale stavolta è di rigore. E più dei pronostici ormai vale l’incrociare le dita. «Nonostante il ministro Franceschini ci abbia difeso fino in fondo, temo le nuove direttive del comitato tecnico scientifico — avverte Carlo Fontana, presidente dell’Agis —. Che non tiene conto di quanto i teatri siano luoghi sicuri. Uno studio da noi commissionato ha evidenziato che da metà giugno, su 347.262 spettatori di 2782 produzioni, c’è stato un unico caso di contagio di Covid-19. Una percentuale pari a zero che dovrebbe far riflettere gli esperti». A pagare il prezzo più alto, sottolinea Fontana, quegli Enti che con gli incassi coprono le spese fisse: «La Fenice di Venezia, Santa Cecilia di Roma e la Scala. Già sofferente per lo scorso lockdown, una nuova chiusura per il Piermarini sarebbe una condanna a morte». Fontana, che l’ha guidato per molti anni, lo sa bene. Che farebbe al posto di Meyer? «Sono felice di non esserci».

17 ottobre 2020 | 07:38

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