Covid, l’allerta su Milano: preoccupa la curva dei contagi, oggi nuove restrizioni

E ora preoccupa l’assalto del virus su Milano. Sul tavolo degli esperti ci sono almeno tre indicatori che fanno alzare la guardia. Innanzitutto, c’è l’indice Rt che misura la diffusione dei contagi (quante persone contagia un infetto): gli ultimi dati dell’Ats, l’Agenzia di tutela della Salute che ha il compito di sorveglianza sanitaria, lo danno a 1,48. È la soglia di allerta (1,5) fissata dal ministero della Salute (nel conteggio dell’Ats, però, vengono presi in considerazione anche gli asintomatici, al contrario di quanto avviene nelle statistiche regionali che, in linea con le indicazioni ministeriali, valutano solo i sintomatici e, dunque, danno un Rt più basso). Poi c’è il numero di nuovi casi.

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I picchi

Al di là dei bollettini quotidiani, che ieri danno 363 positivi di cui 184 a Milano città, gli esperti guardano la tendenza di settimana in settimana. La stima è di 3.200 nuovi contagi nelle province di Milano e Lodi tra l’11 e il 18 ottobre. Se le previsioni si riveleranno corrette significa che il numero settimanale di positivi al tampone torna lo stesso di metà marzo. E, con 1.900 sulla città, il dato è addirittura peggiore. Le differenze rispetto al picco dell’epidemia restano, comunque, notevoli sia per il numero di persone sottoposte al test (oggi settemila al giorno, contro i duemila della scorsa primavera) sia per l’impatto sui ricoveri (al momento ancora limitato). Ma c’è il terzo fattore, forse il più preoccupante: l’evoluzione della curva, in salita costante. Basta considerare che nella settimana tra il 4 e il 10 ottobre i casi sono raddoppiati rispetto alla precedente (2.086 contro 966). Il direttore generale dell’Ats Walter Bergamaschi sintetizza: «L’attenzione è massima perché la curva sta salendo con rapidità e siamo lontani dal picco». Durante la prima ondata del (maledetto) Covid-19, il capoluogo della Lombardia è riuscito a non essere travolto come Bergamo e Brescia: il lockdown della notte tra l’8 e il 9 marzo di fatto ha contenuto il dilagare dell’epidemia nella metropoli da tre milioni di abitanti. Ora che cosa bisogna fare per contenere la diffusione del virus?

I motivi dell’impennata

I dati sull’età dei nuovi contagiati dicono che dal 6 settembre all’8 ottobre sono risultati positivi: 222 bambini tra gli 0 e i 9 anni, 315 tra i 9 e i 19, 576 tra i 20 e i 29, 566 tra i 30 e i 39, 543 tra i 40 e i 49, per poi scendere sopra i 50 anni. Insomma, i più colpiti sono i bambini e i loro genitori, insieme con i giovani. «È l’effetto della riapertura delle scuole, della ripresa delle attività lavorative e della vita notturna — dice Bergamaschi —. Per evitare nuovi blocchi bisogna imparare davvero a convivere con il virus, riducendo le attività non essenziali».

Le contromisure

In un’email riservata del direttore dell’assessorato alla Sanità, Marco Trivelli, viene chiesto ai tecnici del Cts lombardo, che si riuniranno oggi alle 15, di valutare se occorrono «limitazioni più restrittive» su Milano. Nel documento vengono avanzate due ipotesi: «Orario di chiusura bar anticipata alle 18 come nel mese di marzo» e «Riduzione del carico sul trasporto pubblico attraverso l’utilizzo della didattica a distanza nelle scuole secondarie di secondo grado e lo smart working in ogni contesto applicabile». Si tratta di «un ventaglio di proposte — ci tiene a sottolineare Trivelli —, non di decisioni già prese». Le due ipotesi danno, però, l’idea di quanto l’allerta sia alta. Regione Lombardia non può — e non deve — farsi cogliere impreparata. Di qui la necessità di valutare al meglio le misure restrittive da prendere.

I medici di famiglia

Un ruolo fondamentale sono chiamati a giocarlo anche i medici di famiglia. «Esaminando i dati del sistema di sorveglianza dell’Ats sugli over 70 in condizioni di rischio — spiega Bergamaschi — emerge che i 48.624 presi in carico al meglio dal medico di base hanno un rischio di morte inferiore del 70% rispetto ai 79.110 che non sono stati seguiti». Di qui un rinnovato appello a seguire i pazienti più fragili, anche con semplici telefonate e con il monitoraggio del loro stato di salute.

Il ruolo dei cittadini

Nei prossimi giorni l’Ats chiederà ai cittadini un maggior coinvolgimento nel tracciamento dei contatti a rischio. «Abbiamo raddoppiato il numero di inchieste giornaliere per individuare chi deve essere messo in isolamento (da 100 a 200) e triplicato gli addetti dedicati (da 50 a 140). Ma di fronte all’impennata di casi rischiamo comunque di non farcela — ammette Bergamaschi —. È il motivo per cui chiederemo agli interessati di compilare dei moduli predisposti che possano accelerare le nostre operazioni di tracciamento. In questo momento ognuno di noi deve chiedersi cosa può fare e quali responsabilità deve assumersi per vincere il virus».

13 ottobre 2020 | 07:27

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