La rinascita dei beni sequestrati alle mafie: da corso Venezia al covo dei pusher

Duecento metri quadrati, divisi su due piani, in corso Venezia, all’altezza di via Serbelloni. È uno degli angoli più chic di Milano ed è uno dei due immobili milanesi che l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati ha inserito nel suo primo bando nazionale d’assegnazione di spazi sottratti alle mafie. L’appartamento sarà destinato per dieci anni (rinnovabili) in comodato d’uso gratuito (ma con fideiussione a garanzia del 2 per cento del valore) a un’associazione del terzo settore. Solo a settembre ci sono stati 37 sopralluoghi di onlus potenzialmente interessate al super-appartamento di corso Venezia. A fine ottobre l’Agenzia deciderà il vincitore in relazione alla qualità del progetto di riutilizzo degli spazi. L’altro appartamento «milanese» inserito nel bando nazionale è invece a Bruzzano, un rustico di 120 metri quadrati finito sotto sequestro nel 2015. Un immobile che fa comprensibilmente meno gola, ma che è comunque già stato ispezionato da una decina di associazioni.

È la mappa in continuo aggiornamento dei beni sottratti alle mafie. «La legge ci consente di puntare sulla qualità dei progetti e non sulla monetizzazione dell’immobile. Il codice antimafia è stato aggiornato nel 2017 permettendoci di avviare direttamente i bandi senza la mediazione dei Comuni», racconta il direttore della sede milanese dell’Agenzia Roberto Giarola: «È un modo per assegnare beni che altrimenti rimarrebbero inutilizzati anche per le insufficienze organizzative degli enti più piccoli». Milano però fa storia a sé. Perché qui invece il Comune lavora da anni, e con successo, sulle riassegnazioni. Sono 204 i beni confiscati alla criminalità organizzata in gestione ora dell’amministrazione. Centododici sono stati assegnati a enti del terzo settore sulla base di progetti di ospitalità di persone «fragili».

È il caso di Casa Chiaravalle, il bene confiscato più grande della Lombardia entrato nel sistema di residenze sociali temporanee del Comune. Altri 17 appartamenti sono ora utilizzati come case popolari, mentre il resto è a disposizione del privato sociale per il piano freddo, per i progetti di recupero dei detenuti, per gli sportelli di ascolto, fino al caso del social market di via Leoncavallo, il primo negozio solidale per famiglie in difficoltà . «Milano — dice l’assessore alle Politiche sociali Gabriele Rabaiotti — è una delle città con il più alto numero di beni confiscati alla criminalità organizzata. Questo ci dimostra l’interesse che le organizzazioni criminali hanno per il nostro territorio, ma anche l’efficienza delle istituzioni nel fare emergere le infiltrazioni. Il nostro compito è di far rivivere questi posti, trasformandoli in presidi di legalità che i cittadini possano frequentare, vivere. Lo abbiamo fatto in molte occasioni. Rigenerando, per esempio, l’ex autosalone di via Varesina in un ambiente aperto alle donne del quartiere per avviare percorsi di integrazione, aprendo la biblioteca di condominio in viale Espinasse oppure col social market di via Leoncavallo».

A novembre scatterà un altro bando per l’assegnazione di otto immobili, per un totale di 33 appartamenti. Tra gli edifici da assegnare, il palazzo di via Mosso 8, la «casa col buco», come tutti la chiamano in via Padova e dintorni, abbandonata per troppo tempo e trasformata in rifugio di spacciatori. Era di proprietà di Stefano Reccagni, finanziere bresciano accusato di dirigere un giro di falsi permessi di soggiorno. Dopo anni sarà restituita alla città e al quartiere

4 ottobre 2020 | 07:37

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