«Piastra» Expo, al processo d’appello la difesa di Sala chiede l’assoluzione piena

La difesa di Giuseppe Sala chiede l’assoluzione piena del sindaco di Milano al processo d’appello cominciato a Milano per la vicenda legata alla gara d’appalto per la «piastra» di Expo 2015. E questo nonostante il reato di falso ideologico sia caduto in prescrizione. Secondo la linea difensiva scelta dal legale di Sala, Salvatore Scuto, che fa riferimento all’articolo 129 del codice di procedura penale, se il reato è estinto, ma dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste, il giudice pronuncia sentenza di piena assoluzione. Sala va assolto con formula piena perché «evidente» la sua estraneità.

Sala, già commissario straordinario e amministratore delegato di Expo 2015, nel 2019 era stato condannato in primo grado a sei mesi, convertiti in pena pecuniaria di 45mila euro, per aver firmato due verbali retrodatati che servirono a sostituire due commissari incompatibili nella gara per la Piastra dei servizi. Scuto, al temine della sua arringa, ha chiesto ai giudici, presieduti da Cornelia Martini, di dichiarare inammissibile l’atto di impugnazione della procura generale e di assolvere Sala «o perché il fatto non sussiste» o perché «il fatto non costituisce reato» in base all’articolo 129 del codice di procedura penale. Il legale, che non ha parlato di rinuncia alla prescrizione da parte del primo cittadino, ha però messo in luce una serie di punti per sostenere che è «impossibile dubitare che agì in buona fede».

L’avvocato, spiegando che è «viziata» in più parti la sentenza con cui il Tribunale ha condannato Sala a 6 mesi convertiti in pena pecuniaria di 45 mila euro pur concedendogli l’attenuante dell’aver agito per motivi di «particolare valore morale o sociale», ha sottolineato che l’allora numero uno di Expo «non aveva partecipato alle riunioni operative, e quindi alla parte decisionale ma viene condannato solo per il fatto di aver firmato». Il difensore ha continuato affermando che tutti «i rivoli di questo procedimento attestano che Sala non sapeva come fosse costruita quella soluzione» e che allora nemmeno il Rup, il responsabile unico del procedimento Carlo Chiesa «non gli disse nulla. Perché quindi non credere alla buona fede di Sala?». Tra l’altro ha ribadito che al limite si è trattato di un cosiddetto `falso innocuo´ in quanto «questa retrodatazione cade in un arco di tempo che non inficia assolutamente la regolarità della procedura».

La quarta sezione della Corte d’Appello, sentite le parti, ha deciso di rinviare per «eventuali repliche» al 21 ottobre alle ore 15.

17 settembre 2020 | 16:27

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